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Franca Alaimo su “Oltre il varco di notte”

Copertina Oltre il varco

 

 

E’ un libro complesso “Oltre il varco di notte” di Giovanni Baldaccini, traboccante di immagini da intendere in tutte le accezioni che il termine ha nella lingua latina (da cui deriva) di ombra, fantasma, simulacro, pensiero, spirito; poiché di questo si tratta: perdere confini, uscendo fuori dallo spazio-tempo che delimita i luoghi e la durata dell’esistente. Da quale sentimento nascano questa assenza e questa dimenticanza è difficile dire: paura della morte, che in questo modo viene rinviata illimitatamente; rifiuto del reale, che viene trasformato in un’onirica visione di colori e in un accumulo disordinato di sensazioni e ricordi; desiderio di coincidere non con i bordi della propria vita, con i suoi segmenti messi in bella fila nel tempo e nello spazio, ma con qualcosa di più vasto, fluttuante, rimodellabile a proprio piacimento. E questo versificare così enigmatico (anche i brani in prosa hanno lo stesso linguaggio dei testi poetici), così consegnato a dimensioni astratte, mi sembra trovi la sua giustificazione estetica nella qualità dei suoni: essi hanno un ruolo molto importante, infatti. Il lettore, spesso, dimentica ciò che sta leggendo e cade nella fascinazione dei versi che somigliano a dei grumi musicali, attraverso i quali gli sembra di raggiungere lo strano segreto di questa silloge, questa, come dire?, sua liquidità in cui tutto si muove, oscilla, galleggia, affonda, riemerge: un gioco serissimo, in verità, perché qui si tratta di andare “oltre il varco della notte” e rifondare tutto.

scaricabile su http://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=198


Joseph Roth : Il peso falso

 

Non andate a Zlotogrod.
A parte la difficoltà di raggiungere il luogo, posto alla frontiera del mondo, non vi troverete che feccia, contrabbandieri, ladri e assassini. Vi troverete Eufemia Nikic: meglio evitare.
Vi si è invece recato Eibenschutz, per incarico di lavoro.
“Nei primi giorni Eibenschutz andava intorno come uno che fosse diventato improvvisamente sordo. Egli non capiva la lingua del paese. E bisogna badare che non si trattava di capire ciò che diceva la gente, ma ciò che diceva il paese stesso. E il paese aveva un linguaggio pauroso: parlava di neve, di oscurità, di gelo, di ghiaccioli, per quanto il calendario discorresse ormai di primavera e nei boschi della Bosnia fiorissero ormai da gran tempo le viole. A Zlotogrod vi erano invece le cornacchie e non parevano neanche uccelli: si sarebbero dette una specie di frutti alati”.
Eibenschutz svolgeva un incarico importante: faceva il verificatore di pesi e misure: Era un incarico importante il suo, ma scomodo in un paese di ladri, dove tutti rubavano sui pesi. Eibenschutz aveva pertanto molto da fare e si spostava sul suo barroccio giallo, trainato da un vecchio cavallo diventato misteriosamente cieco da un occhio, da una frazione all’altra, fino all’osteria di Jadlovker.
“Nell’osteria di Jadlovker si faceva molto rumore. C’erano alcuni disertori russi appena portati dal contrabbandiere Kapturak: vestivano ancora la loro uniforme. Per quanto tracannassero quantità incredibili di tè e grappa e portassero sulle spalle grandi asciugamani per tergersi il sudore, davano tuttavia l’impressione di gente che morisse dal freddo: tanto si sentivano già senza patria a una sola ora dalla frontiera”.
E non potrebbe essere altrimenti: non c’è patria nel mondo di Roth: tutto è scomparso. Sopravvive soltanto il peggio.
Come dicevo, Eibenschutz faceva un lavoro importante ma scomodo. L’odio pendeva intorno a lui come i ghiaccioli dai rami, perché Eibenschtz era zelante e i ladri non perdonano se li fai arrestare. A Zotlogrod rubavano tutti. Dunque, tutti rubavano, la moglie lo tradiva, Eufemia lo faceva impazzire. Quando se la trovò davanti gli sembrò di avere di fronte a sé tutte le donne: erano troppe e si finisce per sentirsi solo.
“Nella sua infinita solitudine, quel paio di conoscenti gli facevano l’effetto di mosche sperdute in un deserto di gelo”. Tuttavia Eibenschutz non era davvero solo: qualcuno pensava a lui. No, non Eufemia, che non pensava che a se stessa; era Jadlovker, uscito di galera, e i suoi non erano pensieri rassicuranti.
“Si ritrasse dalla finestra e stette in ascolto davanti alla porta, mentre lo prendeva una voglia spaventosa e irresistibile di uccidere. Egli non pensava già più allo scopo dell’uccisione, ma soltanto all’uccisione stessa. Non pensava alla sua sicurezza, pensava soltanto a uccidere, e un’ondata di voluttà e di odio gli empiva il cuore. Tutto era spietato in quella notte e in questo mondo. Fredde e argentee, di un argento gelido e quasi odioso, splendevano le stelle nel cielo. Jadlovker alzava gli occhi e provava un grande odio per il cielo e per le stelle. E dire che in carcere le aveva tanto desiderate!”
Tutto deve morire nel mondo di Roth perché il suo mondo era morto. E Eibenschutz muore, se mai era stato vivo, lui integerrimo burattino, ligio fino al sacrificio; lui, più ladro di tutti perché troppo perfetto per essere vero; e cieco, racchiuso, sordo, ladro almeno di una metà di sé, quella metà che, alla fine, gli si presenta. Da morto.
“Piotrak credeva di portare un morto e pensava che il verificatore, trovato là davanti la stalla, fosse stato colpito da un accidente. Invece non era così. Il verificatore incominciava sì a morire, ma viveva ancora. Che ne sapeva lui, poveraccio, del colpo di pietra che aveva ricevuto nella testa? Che ne sapeva lui di essere stato legato con le funi sopra una slitta? Mentre lo credevano morto avvenivano in lui tutt’altre cose”.
Avveniva che lui non era più Eibenschutz il verificatore, ma un commerciante di Zlotogrod, e dunque un ladro. E avveniva che era sottoposto ad accertamento: “Bene, facciano pure, dice tra sé Eibenschutz. Sono falsi, ma che ci posso fare?” E che ne sapeva lui, che ci poteva fare se tutto è falso, compresi i pesi che portiamo e che servono a valutare l’immagine falsa che indossiamo; e che ci possiamo fare se poi falsifichiamo e la valutazione risulta falsa, e inganniamo gli altri perché siamo ladri e dunque inganniamo noi stessi? Alla fine, poveracci, che ci possiamo fare?
“In quel momento il gendarme raggiunse l’ospedale di Zlotogrod. Eibenschutz fu scaricato, e quando arrivò il medico di guardia, il gendarme Piotrak si sentì dire: costui è morto. Perché ce lo portate qua?”


Joseph Roth : fuga senza fine

Fuga-senza-fine200[1]

Parafrasando un famoso saggio di Claudio Magris, mi chiederò da “dove” Roth fosse “lontano” e verso quali lontananze lo conducesse la fuga senza fine che descrive in questo libro, forse il più autobiografico di tutta la sua produzione. Era lontano da quel residuato bellico rappresentato dal mondo dopo la Grande Guerra; dal poco che rimaneva dell’Europa; dalla sgretolata Casa Asburgica che gli era stata sottratta a forza; da tutti i segni di riconoscimento che gli avevano permesso di vivere e che non esistevano più? “Lontano da dove”, dove conduceva quella fuga senza fine che fu la sua vita, e perché era cominciata? Il saggio critico di Magris merita di esser letto e non ripeterò le sue osservazioni. Proporrò le mie e proverò a rispondere a mio modo da “dove” quel “lontano” sia distante.
“Era il 27 agosto del 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d’innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell’ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo” (p. 152).
Questa la fine della fuga, ma come era cominciata? Saputo dal suo fraterno amico Baranowicz, dopo una lunga prigionia in Russia, che la guerra era finita, “Tunda voleva raggiungere l’Ucraina e da Zinerinka, dove era stato fatto prigioniero, la stazione austriaca di confine Podwoloczyska e poi Vienna” (p. 14). Non vi arrivò mai.
A Vienna Tunda non aveva più nessuno. Lo aspettava però, almeno così credeva, la bella fidanzata Irene, di cui Tunda portava cucita nella giubba un’immagine, l’unica che aveva di lei. Quell’immagine lo guidava; quell’immagine era la causa del suo smarrimento.
Nella sua fuga attraverso l’Europa sconvolta, tra la Rivoluzione Russa e Berlino, le prime avvisaglie del nazismo e la continua nostalgia in cui il protagonista si disperde, passando attraverso incontri con figure femminili che è impossibile dimenticare, Tunda giunge a Parigi, dove, per sopravvivere, anche tra i mendicanti occorre avere un protettore. Potrebbe tornare in Russia, dal suo amico “fratello” Baranowicz che gli scrive, avvertendolo che la donna che Tunda aveva sposato durante una delle sue fughe si trovava presso di lui, “Ma non sentiva nostalgia della taiga. Qui, gli pareva, era il suo posto e la sua fine. Viveva dell’odore di marcio e si nutriva di muffa, respirava la polvere delle case cadenti e ascoltava rapito il canto dei tarli” (p 151).
Finché un giorno, in una strada elegante della capitale del mondo, Tunda scorse una donna che si avvicinava. “La donna si avvicinava sempre di più e benché dall’orlo del marciapiede alla soglia della casa dove egli si trovava non fossero rimasti neppure tre passi, gli parve che il suo cammino durasse un’eternità, come se lei venisse da lui, dritta da lui, non in quella casa, e come se lui stesse aspettando quella donna in quel posto da più anni.
Lei si avvicinò, lui guardò il suo caro, bel viso altero. Lo fissò, un po’ risentita un po’ lusingata, come le donne guardano, passando, lo specchio di un ristorante o di una scala, felici di verificare la loro bellezza e di disprezzare il poco valore del vetro. Irene guardò Tunda e non lo riconobbe. C’era una parete in fondo ai suoi occhi, una parete tra la retina e l’anima, una parete nei suoi grigi, freddi occhi risentiti” (pp.148-149).
Neppure Tunda riconobbe Irene, quella Irene che aveva inseguito per anni e che per anni aveva tenuta cucita nella tasca della giubba. Non la riconobbe perché non era quella la Irene che cercava. Il loro incontro si chiude nell’indifferenza e nel risentimento; e non poteva essere altrimenti.
Dunque, lontano da dove? La parete negli occhi risentiti di Irene risponde alla domanda. Lontano da sé. Lontano dall’anima che non riconosceva; da tutto ciò che di più autentico possedeva e lo costituiva, mentre si ostinava a rispecchiarsi in una specie di falsa identità collettiva, rappresentata da un Impero tramontato e disperso dal grande indifferente della storia. Roth era convinto d’esser morto, d’esser sepolto con il suo imperatore nella Cripta dei Cappuccini, mentre era il più vivo tra gli uomini. L’anima irriconosciuta, la sua identità più intima che lo seguiva senza posa nella sua inutile fuga da se stesso, continuava a manifestarsi senza essere riconosciuta. Gli parlava, la sua anima grande, ogni volta che scriveva una parola sulla carta, ma lui non la riconosceva. Come Tunda, l’aveva ridotta a un’immagine sbiadita, inerte, dimenticata, da tenere in una tasca sgualcita della giubba come una reliquia di qualcosa di neppure più pensabile. Come Tunda, il demone distruttivo e nichilista che aveva travolto la sua epoca e cui aveva personalmente ceduto, aveva privato la sua anima di senso; un senso che Roth erroneamente attribuiva a qualcosa che non gli apparteneva se non come austriaco e che ormai non esisteva più, mentre non dava credito all’immagine individuale di se stesso che continuava a manifestarsi attraverso la scrittura dal pozzo di trascuratezza in cui l’aveva relegata. Per questo gli occhi di Irene erano colmi di risentimento; per questo anche la sua anima si dissolse dietro un muro di silenzio sordo.
Roth morì alcolizzato in un ospedale per poveri di Parigi. Aveva preteso di fare della sua anima un mestiere. Questo li ha uccisi.


la corda

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Yasha correva sulla corda tesa sul baratro della sua vita. Correva sulla corda, Yasha, il mago di Lublino, l’uomo inumano, o forse troppo umano, dalle mille identità perché non ne aveva nessuna. Prestigiatore, ipnotizzatore, acrobata, trasformista, funambolo, illusionista, Yasha era tutto ed era nulla; forse era soltanto un’immagine su un cartellone pubblicitario all’ingresso di un teatro o incollato alla meglio contro un muro di una qualche città o villaggio del mondo nel quale si aggirava, il mondo magico e visionario di Singer, simile a un quadro di Chagall, specchio di un’Europa che non esiste più.
Dire che Yasha era il vasto niente sopra descritto è tuttavia inesatto; una caratteristica lo rappresentava alla perfezione e ne disegnava il volto con espressione tesa di bisogno: mentre tentava di dimenticarsi di sé, Yasha cercava amore, ma lo cercava soltanto nel corpo delle donne. Era pulsione Yasha; dunque poco e quel poco era inganno; perché il mago incantava le donne, le ipnotizzava, le illudeva, facendo loro quello che faceva a se stesso: le tradiva. Una donna in ogni villaggio, in ogni città: ad ognuna promesse disattese. Finché una di loro cede: Magda, la più fragile, la più vulnerabile. Magda: quella che cede: quella che muore. Si toglie la vita Magda, si impicca, e quel segno di corda lungo il collo sarà per Yasha l’ultima corda della sua corsa folle, quella su cui inciampa, cade, si arresta.
“Non si avvicinò immediatamente al letto, ma rimase in piedi sulla soglia della stanza. Le donne avevano coperto con uno scialle il viso della morta. Egli esitò un attimo, poi si avvicinò e alzò lo scialle; non ritrovò Magda, ma una statua modellata con qualche sostanza senza vita”, quella di cui era fatto lui.
Yasha torna a casa, dalla moglie, cui chiede di costruirgli una stanza intorno. Intorno a sé: una stanza; senza aperture di alcun tipo, tranne una finestrella per lasciar passare il cibo. Si mura vivo, Yasha. Mura i suoi desideri sfrenati, la sua pulsione senza limite, la sua brama di godimento, tradimento, inganno, il voltare continuamente la faccia a se stesso e agli affetti, occultandola dietro la maschera falsa e l’ipnosi che praticava. Mura l’irrequietezza priva di freno che lo rende tutti e nessuno, lo consuma mentre consuma gli altri, riducendoli a pupazzi da baraccone, semplici mezzi inanimati da usare per la propria soddisfazione cieca, come sempre la pulsione fa.
Quell’evento straordinario si spande per il paese e i paesi vicini, e la sua eco trasporta pellegrini a consultare il nuovo rabbi, il saggio che ha rinunciato al mondo dopo averlo assaggiato e rifiutato, il peccatore toccato da Dio. Non è proprio così, ma la gente non lo sa; quello che vede e percepisce è che si è verificato un miracolo. E un miracolo c’è stato: nello spazio definito della sua prigione, dove ha rinchiuso la pulsionalità debordante che mortifica l’umano e rende incapaci di accedere al linguaggio dell’inespresso, inattuato Altro che abita la psiche di ogni uomo, Yasha, suo malgrado, ha costruito qualcosa capace di contenere la pulsione, regolarla, educarla e permetterle di parlare con una parola che significa e per questo crea civiltà. Una parola che non parla ma si manifesta attraverso comportamenti prima impensabili; una parola muta che è espressione di una voce “Altra” che, come Singer lascia intravedere, a volte, opera veri e propri miracoli che impropriamente attribuiamo a Dio.


Cosa resta del padre? di Massimo Recalcati

Cosa resta del padre[1]

Il libro si apre con una straordinaria pagina di interiorità in cui Recalcati si chiede perché pregare se non si crede in un Dio cui rivolgersi. La risposta lascia intravedere una ragione profonda che con Dio non ha nulla a che fare o, forse, molto più di quanto si creda, dato che, secondo l’autore, la preghiera viene rivolta al deus absconditus che nell’uomo abita, a quell’Altro da sé di cui il sé non può fare a meno se non vuole ridursi alla sola dimensione dell’io cosciente e perdere il contatto con le radici profonde quanto insondabili dell’essere. È questo Altro invisibile quanto insostituibile un padre? Se pensiamo, con Jung, che ogni uomo, per realizzare il proprio Selbst, dovrebbe diventare padre di se stesso, unificando gli opposti da cui è costituito, senza più scinderli in istanze conflittuali, la risposta è sì. Cosa resta allora del padre? Una preghiera. Dunque una mancanza; questo l’esito della ricerca di Recalcati, cui mi è impossibile non aderire. Seguiamo il percorso che conduce alla mancanza. Non è dato desiderio senza un senso di mancanza: si desidera quel che non si ha. Eros, sperduto all’interno di una mancanza originaria per sua natura incolmabile; assediato dall’ombra di se stesso che, in quanto Thanatos quella mancanza esprime, desidera senza posa per esistere, perché la mancanza che lo muove è una mancanza a essere. Tuttavia, la società ipertecnologica in cui viviamo, colma di appelli alla realizzazione di un godimento immediato e offuscata dalla logica perversa e pervertente del capitalista, tenta di colmare quella mancanza con le seduzioni di un mercato globale che a tutto può rispondere tranne che al significato profondo che il senso di mancanza esprime. Riempiendo il mondo di cose apparentemente desiderabili e apparentemente da desiderare, la logica del capitalista tenta di colmare la mancanza a essere, di annullarla all’interno dell’insignificanza delle cose che mai potranno rispondere alla domanda originale del nostro desiderio, impedendoci, così, di desiderare veramente. Privato del significato cui anela, Eros cade preda di Thanatos e l’assenza di significato invade il mondo morto e mortale delle cose. La civiltà non più a disagio, perché il disagio rifiuta, soffoca il respiro desiderante di Eros e la sublimazione scompare dalla scena, cancellando con se stessa la cultura, che si riempie di letteralità volgare che a tutto aderisce per quel che appare, senza più ricercare simboli significativi dell’esistere. Da qui tutta l’insignificanza da cui siamo costantemente allagati e l’aspetto “mortale” del mondo in cui tentiamo di sopravvivere. Occorre pregare di provare una mancanza, pregare che quella mancanza abiti ancora almeno un aspetto della quotidianeità, nel momento serale del raccoglimento in cui la preghiera, forse, sopravvive. L’anelito verso il Padre, il principio regolatore dell’esistere, la Legge che differisce il godimento, permettendo in tal modo di simbolizzare; l’Altro insondabile e inconoscibile che, tuttavia, esiste in forma di mancanza: questo l’esistere cui Recalcati rinvia. Nella visione che Recalcati offre, l’assunzione di responsabilità diventa fonte di esistenza; perché il disagio, cui la mancanza allude, deve diventare il mio disagio, il disagio che sono capace di sopportare e che insegno ai figli; la traballante base dell’esistere che non cerca illusioni all’interno di false certezze, ma sopporta di non trovare rassicurazioni senza, per questo, smettere di desiderare, confermando la mancanza che il desiderio nutre. Responsabilità che è etica; l’etica smarrita che vaga nella notte senza fondo delle cose. Come ci ricorda l’autore, nell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, (Einaudi, Torino, 2008), in un mondo sgretolato dalla Cosa, privato del significato dell’esistere, un padre e un figlio tentano di sopravvivere. Il padre non ci riuscirà, ma la sua scomparsa non sarà compimento del non senso. Il bambino verrà raccolto da una comunità di sopravvissuti, dove una donna gli insegnerà a pregare. Il padre, infatti, non basta: la mancanza a essere non richiede soltanto la chiarezza della Legge del padre; ha bisogno anche dell’amore e della capacità di riconoscimento della madre (ma questo Recalcati non lo dice).
Un altro rimando letterario è a “Patrimonio” di p: Roth Nel romanzo, il figlio non tratterrà per sé che una tazzina per la crema da barba. Dunque, un “rimando”, un “simbolo”, perché se il Padre è Verbo, esso allora è qualcosa che significa, un significante, qualcosa che attende di esser detto o comunque vissuto. Dunque, del padre resta il figlio. La domanda è allora: cosa resta del figlio?
Anche questo Recalcati non lo dice. Per provare a rispondere, mi rivolgerò altrove, e precisamente dove non c’è un dire che sia già detto, una via precisata, una ripetizione di destino. Mi rivolgerò a quella che Galimberti, riferendosi a Nietzsche, definisce “etica del viandante”.
“Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: “la costa scomparve – ecco anche la mia ultima catena è caduta – il senza fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio vecchio cuore!” (F. Nietzsche, Così parlo Zarathustra, parte III, p. 281).
“L’andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2010, p, 242). Perché il Padre non è un già detto, un significato acquisito da ripetere passivamente; esso è un significante e, come tale, un lascito per il figlio, un lascito che il figlio dovrà scoprire e reinterpretare ogni vita che passa, ma anche questo Recalcati non lo dice.
In sintesi, un libro questo colmo di prospettive, spunti e “mancanze”; ma forse è proprio la mancanza quel che serve per desiderare linguaggi sempre nuovi.


La grande sera di Giuseppe Pontiggia

(A. Mondadori, Milano 1989)

La grande sera[1]

una lettura arbitraria di Giovanni Baldaccini

Dove è finito il protagonista di questo grande romanzo oggi più che mai attuale? Da nessuna parte. Forse non c’è mai stato, forse era soltanto una fantasia o un desiderio, comunque un emblema di qualcosa che non è semplice definire. Il protagonista di questo romanzo è infatti il vuoto e, come ognuno sa, il vuoto è qualcosa che non c’è.

Per meglio dire, esiste per quello che è, vuoto appunto e dunque il protagonista non può che non esserci; cercarlo, significherà soltanto ammetterne l’inesistenza. O peggio la scomparsa, perché se scompare anche il vuoto, allora davvero non c’è più nulla.

In un afoso pomeriggio di giugno, un professionista non si presenta al consueto appuntamento con l’amante. La donna, nevrotica e soggetta ad attacchi di panico, entra immediatamente in estrema agitazione e neppure il suo analista – o presunto tale – riuscirà a calmarla. Anche costui, infatti, come tutti i personaggi del romanzo, è immerso in un’atmosfera di “fine” che potremmo definire depressione, ma che, in realtà, è molto di più. Sappiamo infatti che l’inesistente protagonista è quotidianamente alle prese con le pressioni dei pazienti, le ossessioni di un’amante malata, i concorsi poetici dell’ex moglie, la noia della ripetizione senza senso, le ingiurie del tempo per le quali non esiste rimedio. Non è un vuoto questo? Il vuoto insopportabile di una vita non vitale, contro la quale non resta che un ultimo tentativo di rimedio, come atto volontario di ribellione e rottura: sparire. Dal vuoto al vuoto, ma almeno per scelta.

Dunque è scomparso. Lo cercheranno tutti: l’amante sfibrata da una mancanza estrema, il fratello dell’assente che la donna coinvolge; altri membri della famiglia e amici, coinvolti a loro volta dal fratello. Non per propria volontà: è la donna che costringe, assillando senza tregua. Infatti il fratello dello scomparso, per parte sua è già occupato a rintracciare i resti liquefatti di se stesso, o meglio, si capirà che la sua principale occupazione è tentare di perdersi definitivamente di vista: figurarsi se ha voglia di rintracciare qualcuno, sia pure il fratello. Che non è rintracciabile; perché è scomparso; e dalla prima all’ultima pagina del romanzo, l’unica presenza è un vuoto estremo. Perché?

Dove viviamo, come si connota la nostra vita, quali, al fondo, le costellazioni significative capaci di renderci umani e di umanizzare gli atti, spesso senza senso, in cui ci trasciniamo in modo inconsapevolmente ripetitivo? Quali le ragioni di questa fatica, perché assumerla, portarla avanti? Questo sembra chiedersi l’autore; o meglio, questo esprime attraverso l’angoscia insensata ma continua dei suoi personaggi, compreso l’assente. In una società nevrotizzata dalle cose e dal bisogno compulsivo di possederne sempre di più, una società in cui anche le relazioni si esprimono attraverso modalità proprie del possesso, una società, dunque, che cosifica e tutto fa scadere al livello assurdo del non senso e dell’insensibilità, la mancanza a essere da cui siamo afflitti trasuda dalle pagine di questo romanzo, ponendoci di fronte a una desolante mancanza di risposta. Anche la fuga, cui il protagonista ricorre, non è risposta. Non esiste risposta in queste pagine e non esiste per una semplicissima ragione: non ne abbiamo. Il vuoto, che la fa da padrone dalla prima all’ultima riga, non è altro che la nostra mancanza a essere, l’espressione di un’assenza dell’essere dovuta a incapacità di esistere. Non serve fuggire: occorrerebbero risposte capaci di consegnarci al campo scomodo della ricerca. Proprio ciò che nessuno vuole; meglio trascinarsi nel non senso di una parodia dell’essere che, se non altro, ha il vantaggio di permetterci di non sentire il richiamo silente di noi stessi. Come dicevo, non serve fuggire; serve altro, ma altro non c’è. A meno di interpretare finalisticamente, come una nascosta presenza di speranza, il finale del romanzo stesso. Chi è quel nipote dello scomparso che appare all’improvviso, quella nota apparentemente stonata cui il fuggitivo fa consegnare i propri beni? Chi è questo intruso mai apparso prima, questo fantasma sgradito che sembra sostanziare in qualche modo chi ormai non c’è più? È una traccia: una traccia d’assenza. Perché anche il vuoto, per essere tale fino in fondo, deve rendere visibile una sua traccia, altrimenti persino il vuoto finisce col non essere altro che nulla. Quell’assenza, quel vuoto e la mancanza a essere che esprimono sono reali, lasciano una traccia. Un primo passo per rendersene conto e dunque tentare di esistere, anche se nel nulla.


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