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cartografie del silenzio _ adrienne rich

Una notte chiara se fosse chiara la mente

Se la mente fosse semplice, se la mente fosse nuda
di tutto tranne che delle necessità piú antiche:
cucchiaio di legno coltello specchio
tazza lampada scalpello
un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
un lenzuolo gettato via nel sonno

Una notte chiara in cui due pianeti
sembrano avvinghiarsi l’uno  all’altro in cui l’erba terrestre
si muove come seta nella luce stella

Se la mente fosse chiara
e se la mente fosse semplice potresti prendere questa mente
questo particolare stato e dire
Cosí vivrei se potessi scegliere:
questo è ciò che è possibile

Una notte chiara Ma la mente
della donna che immagina tutto questo la mente
che rende tutto questo possibile
non è chiara come la notte
non è mai semplice non può abbracciare
le sue verità come si abbracciano i pianeti in transito
non cosí facilmente

si libera dal rimorso
non cosí facilmente
compie il miracolo
per cui la mente è famosa
o era famosa
non diventa astratta e pura a comando

la mente di questa donna

non desidera neppure quel miracolo
ha una diversa missione
nell’universo
Se la mente fosse semplice se la mente fosse nuda
potrebbe assomigliare a una stanza un interno pulito
ma come potrebbe essere possibile ora

date le voci delle città-fantasma
le loro minute, vaste configurazioni
che attendono di essere decifrate
la notte oracolare
densa di suoni

Se potesse mai ridursi a qualcosa di simile
a un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra

niente di piú
un lenzuolo
gettato via nel sonno
ma la mente
della donna che pensa questo è avvolta nella battaglia
occupata da una diversa missione
uno stelo d’erba secca erba piumosa      radicata nella neve
che si agita nell’aria gelata una bacchetta fiera
che disegna grafici

Anche il dito scorre
su pagine di un libro

ha piú buon senso della poesia che legge
conosce attraverso la poesia
attraverso i vetri piumati di ghiaccio
l’inverno
che contrae gli artigli
il vento-falco
pronto a uccidere

Adrienne Rich

1980

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “Una pazienza selvaggia mi ha portato sin qui. Poesie 1978-1981”, in “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

 

NOTA

Ora, mi sembra difficile non riconoscere che questa donna, questa mente,  inventa forme nuove di espressione. Mi sembra davvero difficile non riconoscere che questa mente chiara scrive linguaggi nuovi e che la sua poesia è una ricerca disperata, selvaggia e meravigliosa che tutti ci invita a cercare.

Io non posseggo la sua mente chiara, ma ne ho una capace di riconoscere la sua ricerca e la meraviglia che induce il suo dire, e questo mi soddisfa mentre mi dice: scrivi senza illuderti.

 


notti nel sottosuolo

Gabriel-Pacheco2

Quindi scese le scale

come zoppo

poggiato alla ringhiera

un passo a volta

ricercando un appiglio in un pensiero

ma le nuvole erano lontane

e si volava alto.

Occhi alla terra, sogni le parole

credo cercasse il mondo.

Io risalivo muto;

probabilmente ne cercavo un altro.


Terza ricerca (inutile?) sostare

1867_pierre_auguste_renoir_2_donna_in_barca

Quindi si sposta l’orbita

le rughe

si fonda la visione

verso un incerto alto blu profondo

e si pone una vetta

dove sostava il vuoto

per ritrovare la circonferenza

della tua valle giovane

e lineamenti lievi

di silenzio.

Poi si stringe la terra e si dilata

l’immaginario teso

e se non trovi

anima

sospendi

ogni giudizio di connotazione

ma

chi rinuncia

poi

ora è perduto

che la ginestra nasce quando muore

ogni idea divergente dalla donna

e un universo alveo

di mare

quando ti stringo a notte verso casa.


desiderare altrimenti

jamie 3

(immagine di jamie heiden)

 

Intrecciare con dita veloci. Colori di dubbia sfumatura viaggiano fili insicuri tra rumori a scatto ripetuto.

Cardare anche: sete, lane e tessuti sconosciuti, spesso provenienti da orienti più lontani.

Quindi unificare, fino a formare disegni riconoscibili o capaci, almeno, di stimolare fantasie. Allegorie, anche.

In pratica un tappeto, dove adagiare corpo e annessi, con cuscini per la testa che duole.

Mani.

Travasano. Filtrano liquidi improbabili di difficile decifrazione. Mescolati, sparpagliati, riuniti. Da un recipiente all’altro, trasformazione di composti ignoti. Diversità senz’altro.

Stupire, inventare, allucinare. Pozioni e unguenti; profumi trasfigurati, capaci, dunque, di trasfigurare.

Spalmare, allora. Vibrazioni ignote che il desiderio assapora dubbioso (se ne fosse capace).

Non lo è. Ancora non conosce o afflizione di impossibilità? Difficile rispondere. Anche dopo.

Masturbami (sussurro).

Dita leggere tra gambe ora svuotate da ambiguità e tensioni. Asservimenti, anche.

Sollevare incertezze. Vaga la testa astrazioni spesso non riferibili. Inutile, ormai, pronunciare parole. Pensarle, però, sì.

Come altre volte: desiderio vuoto di piacere.

Perché…?

Le infilo i soldi nella borsetta. Esce.

Verso la finestra, ultimo piano di una casa vecchia. Sotto: Gerusalemme spande indifferenze.

Guardare in alto.

Stelle.

Già affacciano cielo sfigurato da lontananze profonde. Svagate, indifferenti; tra ciarle di femmine la sera.

Con giacca strascicata su una spalla: uscire. Lino in breve inzuppato: c’è un calore asfissiante di sotto. Non dorme mai il mercato. Meglio così, non ho sonno.

Voci.

Tra angoli di case. Sgradite; perché circondano, favorendo frequentazioni ignote. Con idiomi labiali di difficile, immediata comprensione. Gutturali, a volte. Tutto sommato meglio non capire. Basta il fruscio delle lingue. Scarpe, anche.

Al tavolo (ci passano sopra uno straccio): ordinare la cena.

Occhi.

Distratti tra la folla, vagano senza afferrare immagini. Come folla, appunto.

Riso e carne diluiti da un té. Tra scarsa voglia, scarso appetito. Dunque, scarsità.

Stelle.

Ancora più lontane; decisamente astratte. Meglio lasciar perdere.

Con testa reclinata (in pratica, nel piatto), frammentando bucce di pensieri.

Dubbioso: non riesco più a scrivere; credo di aver perduto la mia anima.

(tratto da “Desiderare altrimenti”, Fermenti Ed. 2011


Euridice non abita più qui

C.V.Holsoe

Euridice non abita più qui:
non mi fido del vento.
L’ultima volta aveva i tacchi alti
e questo mi facilitava
ma l’odore faceva paura.
Niente da fare,
non abita più qui,
d’altronde neppure io
né so dove mi trovo,
probabilmente a metà di un orizzonte
che mi sono stancato di completare.
Poi ti vestivi come fa una donna
(quelle figure ignote che ti giri
per guardare indietro).
Io ti chiedevo: “passano?”
gli uccelli come gli anni.
Sospiravi:
“non penserai di rimanere illeso”
ma restavo tranquillo.
Io sono nato a nord del tuo sorriso
dove il vento mi sposta
e non ho altro.


Anobii: recensione Metafisiche a terra

metafisiche-a-terra-2

Ringrazio Chiara Germani per questa bella recensione su Anobii al mio “Metafisiche a terra”, ora anche in versione cartacea

“Metafisiche a terra” invita a prendere distanza dalle posizioni definite, approdando in questo modo a dimostrare la fondatezza di una contraddizione, ovvero la potenziale essenza terrena e reale della metafisica. Il libro è un percorso di riscoperta e liberazione della dimensione del sacro: parla di anima, e di un dio – possibile – perché ne scioglie la percezione da quell’ideologia che come tale pretende posizione ferma. L’idea nel testo si fa strada gradualmente, nell’imbarazzo di chi leggendo riconosce di aver taciuto la dimensione del sacro, con l’illusione d’aver scelto il partito solido e razionale dell’esistere, come se la vita non fosse ambivalenza. Per esplicitare questo imbarazzo l’autore accenna alla struttura della nostra natura, ricordando che “siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere”, un “linguaggio complesso e plurale” ⁱⁱ, contraddittorio, quindi difficile da rappresentare a sé in serenità; prevale così in ognuno la fazione più rassicurante, o quella che per qualche motivo restituisce un’immagine più innocua o congrua di sé, mentre quella opposta si tace, in questo caso sull’asse che va dall’ateo al credente. Nel profondo esistono elementi liquidi che non hanno connotazioni di giusto o sbagliato, semplicemente sono, e unitamente fanno parte di ciò che siamo. Sospendendo il giudizio che porta a questa scissione, la lettura conduce a riconoscere come si possa partecipare, allo stesso tempo, al sacro e al reale, affrontando uno dei più complessi tabù della contemporaneità: come è possibile credere in dio? Riportandolo a terra: “L’anima non viene da dio: lo fa.” ⁱⁱⁱ
Dio è figlio dell’anima dell’uomo, è il percorso del suo sentire, e come tale cambia, come l’uomo cambia.
La sua presenza è ondivaga; a volte vivo, come raro incontro con l’altro (Dialoghi dall’istante), come antitesi (Lettere dal Ponto), radice e appartenenza (Ai confini di Grecia), come smarrimento e pena (Notti di Varsavia). Spesso è rifiuto, e morte (La conversazione). E’ dunque a nostra immagine: “un frammento. Un precario senza condizione e quando siamo nulla, allora nulla.” ⁱ⁴ E’ il nostro fragile senso del sacro, nel mondo reale, nella particolare visione che ciascuno ne trae.

“Si provi a pensare all’idea di una casa, un tempio, una città, un fruscio tra le foglie, un sogno,
quando la notte invita nell’altrove, o ancora un timore, un desiderio, una forma comunque rappresentata, come avviene nell’arte. Ebbene, questi moti dell’anima sono dio e molto altro ancora.”
(…) “Sarà seno di sera, gonna aperta; sarà sudore, fieno, corsa fiato o volo delle api in primavera.
Sarà ronzio, sonno colmo di rosso del mio vino”. ⁱ⁵

Dio è rifiuto quando l’ambivalenza è negata, quando il giudizio spinge alla rinuncia del plurale che ci abita, alla rinuncia della comprensione del plurale che abitiamo, nella ricerca forzata di un’identità forte, ma illusoria, che non fa che ripetere vacuamente gli stereotipi di se stessa. E il rischio di questa condizione non si limita ad essere l’annullamento della capacità personale di vivere appieno, ma diventa mostruosità quando elevata a sistema: genera l’inquisizione, il fascismo, l’integralismo. Oggi, ieri l’altro, come quattrocento anni fa. Quando si raccoglie questa consapevolezza si è disposti a morirne, perché abiurarla significherebbe, in fondo, la stessa cosa. Giordano Bruno bruciò per questo:

“Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto,
dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla,
principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto,
egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé.” ⁱ⁶

Ambivalenza non è in questo testo solo titolo e argomento. E’ anche stile. In rapido sguardo
per l’alternanza di prose e poesie. Ma oltre, anche per il modo in cui l’autore disegna questi brevi momenti di sacro, in una rassegnazione che sembra negarli, in un diminuendo che giunge sino
a scenari glaciali, con la descrizione di paesaggi interiori di un io sospeso e disperso, morte di tutto.

“Dicono si ricordi. Come se l’acqua e i suoi riflessi riproponesse tutti i tuoi fondali. E l’assurdo del tempo. Dicono non ci sia molta distanza, in un appiattimento verticale e ciò che è orizzontale si condensi.
Dicono dunque si raduni: la nostalgia dell’acqua senza fondo. E ti trovi disperso.” ⁱ⁷

E’ una dimostrazione in sottrazione di uno stato prezioso, inquietante e sfuggente; precarietà
la sua sostanza e il suo limite, cui non c’è cura. Ne deriva inaspettatamente un senso di liberazione,
ma anche pena, per la descrizione lucida a giudizio sospeso di una condizione imperfetta: incontriamo
la possibilità di partecipare a ciò che è sacro in questo mondo, ognuno a suo modo, episodicamente, forse.
A questo punto consapevolezza e pena non sono solo rivolte a sé, ma si estendono anche alla condizione dell’altro, come plurale esterno in cui ricercare e ricucire il proprio linguaggio interno complesso, un tutt’uno che fa eco a l’idea di dio di Giordano Bruno, e così descritto da Céline nel suo Viaggio:

“Si ricomincia a vedere tutto, tutto semplice, tutto duro. Gli argani qui, le palizzate dei cantieri laggiù
e lontano sopra la strada ecco che tornano da più lontano ancora gli uomini. Si infiltrano nella luce sporca a gruppetti intirizziti. Si riempiono di luce tutto il volto per cominciare passando davanti all’aurora.
Vanno più lontano. Si vede bene di loro solo i volti pallidi e semplici; il resto appartiene ancora alla notte. Bisognerà pure che muoiano tutti un giorno anche loro. Com’è che faranno?
Salgono verso il ponte. Dopo spariscono a poco a poco nella pianura e ne vengono sempre altri, di uomini, ancora più pallidi, via via che la luce sale dappertutto. A cos’è che loro pensano?” ⁱ⁸

Dio, così generato dall’uomo, sarà allora il sospiro della terra, quando si guarda e si riconosce…

“Non aveva parole: sospensioni.
Un sussurro, un’inquietudine, un sollievo a volte, quando il bisbiglio si faceva voce.
Dava respiro a ciò che resta in fondo, all’escluso, all’inatteso, alla mia debolezza non gradita.
Ispirava nostalgia o qualcosa che vi somigliava. Forse ignota, forse d’ignoto.
Una strana speranza, senza pensare di poter sperare. Si presentava come una proposta; un azzardo, un’assenza costante di una presenza invisibile vissuta che ignoro ma conosco e diluita aspiro nel vano dei suoi giorni senza ore.” ⁱ⁹

…in un sentire dolceamaro e reale che permette ad ognuno la sua preghiera.

(“Ondivago mare, sei pronto a salpare?” (…) “A udire questo invito il mare senza por tempo in mezzo si arrotolò dalla terra all’orizzonte come un tappeto, e lasciò nude le miserie, le vergogne, le sozzure che la terra nasconde sotto il liquido manto. A vedersi scoperta e così brutta, la terra sciolse in pianto ed è facile capire che il pianto della terra non è se non una pioggia capovolta, che dalla terra cade sul cielo”.)ⁱ


poco altro di me

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(P. Mondrian)

un adagiato penso
che significa stare
dove succede il mondo
ed un’attesa appena di parole
senza significare
altro che solitudini di senso
mentre ti guardo intorno
e l’universo.


angolo

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spostati verso un angolo di luna
che mi serve uno spazio categorico
per rovistare
e una bandiera bianca per cadere
nel caso non ti trovi.


Brodskij

foto di jamie heiden

(jamie heiden)

 

Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.

Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c’è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.

In queste ampiezze signora è l’acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e “via di qui” strilla.
L’orizzonte si rivolta come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate mobili.

E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa – evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: “sei risorto”.

(da “Ninnananna da Cape Cod”)


Caterina

[Piero Pollaiolo]

 

Caterina cercava tra i capelli

la catenina d’oro della madre

ed io la sua

tra i miei quaderni vecchi

dove l’avevo messa qualche volta

dimenticando il volto

gli ornamenti

le sillabe parlate e quelle mute

le convenzioni di silenzi strani

dove ci trovavamo il pomeriggio

e la sera

il giorno prima e l’altro

Caterina

che non sei mai esistita

per questo cerco ancora

non so dimenticare il non vissuto

mentre il vissuto se ne va col tempo

e non so stare


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