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gli ultimi ricordi che ho di lei

C.V.clausen

Senza troppa chiarezza: ma scintille.
Di quelle che si sperdono nell’aria, quando la fiamma è vento.
Tuttavia nessun dubbio 
neppure dietro l’angolo di questo mondo piccolo riempito
d’inconsistenza pura
da cui gli uccelli sfuggono emettendo
richiami di tempesta
e canzoni adatte ad imbrunire.
Smagliante,
ma con un tono di un abisso smesso
che poi ti accorgi che non ti sta bene.
Serie d’incurvature, neve bianca, argento svaporante
artisticamente adatta a una commedia
che nessuno ha mai visto
come le viole se non c’è la sera.
Oppure un’alba dai capelli al seno: totalmente svasata.
Evanescenza.
Di quelle verso il nulla, bianche azzurrate d’allucinazione
con tono di reale che sconvolge.
E non sai dove sia.
A volte la ricordo come un viaggio, un infinito bianco
dove si dice si perda conoscenza.
E il rumore silente della luna.
Sorgente. Ad arco. Margine a diluire.

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un’altra stanza

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Anch’io avevo una stanza
dove ogni tanto torno
o per lo meno credo di tornare
ed era piena delle mie impronte
disseminate sui libri i fogli i canarini
che non avevo
ma facevo finta che ci fossero.
Ci stavano le cose
che la traversavano anche di giorno
perché fingevo che ci fossero altrimenti non le vedevo.
me le trovavo dovunque
persino sul divano
quando dormivo nell’acqua
e dovevo stare attento a non sperdermi al largo
e per questo mi legavo a un piede un filo da pesca
sperando che poi ci pensasse Arianna o la Madonna
ma avevo anche qualcosa di diverso
forse talmente
che non te lo so dire
che gli anni coprono tutto
ed è difficile ricordare.
Oggi ci sei tu
ci sei rimasta senz’altro
perché se non ci fossi stenterei a ritrovarmi
ma faccio ugualmente fatica
ad aprire la porta.


io la conoscevo bene (nuova versione)

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Poi ti chiedi d’impatto

senza troppa attenzione

come succede quando una sorpresa

ti afferra alle spalle

e forse neppure ti aspettavi

che ti rispondessi
e francamente

non credevo
potesse capitare di pensarti.
Il fatto è che questa superficie
gira come la terra
e sembra conclusiva
mentre è soltanto involucro
o per lo meno ciò che sembra tale

se potessi definire l’apparenza

ma non sono sicuro.
Io la conoscevo bene
e con lei tanti altri.
Conoscevo i suoi occhi
la vocazione di scompaginare
il rimmel

la toilette

la confusione.

Conoscevo gli sbalzi

quando indossava i miei stivali

e i suoi che non potevo mettere

perché non mi entravano.
Conoscevo gli istanti d’abbandono

_ ma era davvero così _
o non eri tu che non corrispondevi
e inevitabilmente

ero costretto a farti scomparire

per rifarti di nuovo

e forse
non ti conoscevo affatto

ma mi fa piacere pensare il contrario

se non altro per rassicurarmi un po’.
E adesso siamo qui
– io, non saprei –
tu chissà dove
in una atmosfera di astensione
che vagamente mi somiglia a Dio
o a uno di quei tempi in cui si entra
senza averne coscienza
che è l’unica cosa che mi sembra di sapere

tanto per fare un’affermazione qualsiasi.


Da lontano, se posso

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Ora sarebbe fresco
ma non sono sicuro di ricordare
e la notte una cosa senza ali
se mi trovassi altrove
ad inseguire cigni
che sanno dove andare
se inseguissi
e magari l’ho anche fatto
ma questo lontano è lontano
e le tracce
un fumo di parole
se almeno ci fossero le stelle
contro cui si stagliasse
amore mio
questo cielo ingrigito
questa sera
e il crepuscolo di un dio senza parola
d’altronde con le stelle non è diverso.


settembre

 

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Qualche volta abitavo settembre

quando il sole cadeva dalle nuvole insieme al mio stupore

e le ragazze indossavano le calze per snellire le gambe

mentre io mi disperdevo nella seta delle tue

e luna verso sera.

Abitavo settembre qualche volta

e sconsacrate notti con gli amici

a parlare di donne di di bugie,

ripetizioni spesso accavallate, tanto per stare insieme e per scordare

che non ce ne fregava niente di ricordare

(era chiaro che ci saremmo dimenticati tutti).

Ed abitavo settembre verso il mare

quando ci tornavo per sentire freddo

e magari inventarti

come fanno le onde con la brina

quando si bagna il mondo ed io mi asciugo

per distinguermi dalle solite conchiglie.

Poi mi abitavo quando mi abitavo

e probabilmente era sempre settembre

perché il tempo non era affatto chiaro

e risultava scomodo tenerne il conto

mentre fa bene passeggiare i giorni che ti passeggiano

a settembre.

Ora non è settembre e non saprei trovare un’altra data

un po’ per la solita pigrizia,

un po’ perché non abito né mi sento abitato,

un po’ perché quando passo non trovo più nessuno

neppure una conchiglia,

un paio di calze appese ai fili della luce,

un morto.

Oggi a settembre c’è la malinconia,

un vuoto

che mi costringe sempre a immaginare.


l’oceano nella stanza

Ora dovrò necessariamente imparare

a navigare questa vecchia poltrona

e lasciare che i miei quadri galleggino

come le carte

e tutto ciò che in fondo non ha peso

ma non posso evitare di chiedermi

come potrà mai il tempo

entrarci per intero

e lasciarmi tranquillo

a imitare i versi degli uccelli

se continui a soffiarmi sui ricordi-


vagamente la luna

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Ah, Silvia,

s’avvicina la notte

e il mondo si riveste di mistero

mentre canti sostengono brandelli

poco oltre il mio qui:

lontana luce.

Se tu lasciassi se tu ti lasciassi

disporre come un ordine improvviso

senza troppi lamenti né sostanza

solleverei il tuo peplo alle ginocchia

ed una perla appena

lascerei scivolare i tuoi seni

per seguirne il percorso fino al ventre

indovinando il velo di sudore

che lucida la pelle sempre che

tu ti lasciassi ed io

fossi un acino d’uva

mentre il vento

m’aiuta a divagare verso dove

vagamente la luna.

Sai,

sognavo spesso di dimenticare.


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