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cantine intere

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Ti leggerò per riparare bambole
ma non ne ho
e per questo non potrò riparare
quelle che hai dimenticato
perché non me le hai lasciate
e non so dove andarle a cercare
per ripararle.
Forse mi spedirò una collezione
di qualcosa che possa somigliare
facendo finta che me l’hai inviata tu
ma per questo dovrei tornare
e non è facile tornare – non lo è affatto –
dove una volta c’erano
cosa che mi costringerebbe a riparare
cantine intere
e non farai fatica a renderti conto
di cosa significhi riparare
cantine intere.


Dove eravamo perduti

lalla 11

(foto di Luciana Riommi)

Ti trovi in quella stanza, ne sono certo,
ma non saprei descrivere altro che il mio pensiero
inaffidabile come la città
dove una volta lumi alle traverse
incoraggiavano le nostre passeggiate
notturne, come i ricordi che
ancora
non avevamo – ti ricordi? – come non ne avessimo
ancora.
Ma tu sei in quella stanza, sono certo,
che non saprei individuare neppure se passassi sotto casa
perché forse non c’era e forse non era che la casa
dove avremmo voluto
trascorrere pensare suscitare
altri momenti di deviazione dal solito percorso
ed è per quello
che stavamo nei vicoli dove la mia città sembra la tua
ed è facile sperdersi, per ritrovare ancora qualche strada
e sperdersi – ti ricordi? – sperdersi
senza la luna senza le caviglie
che facevano male
ma sperdersi è come ritornare
dove eravamo perduti
e ritrovare.


le sere con i giorni

Si profilava umida
quando mi sono affacciato un giorno
e sembrava dovesse piovere
e l’universo si stringe
all’interno di un mese ancora nuovo
prima che se ne possano contare
le sere con i giorni.
Poi duemila, poi tremila
e gli anni nel giardino con le sedie
i colori, il ferro, il sole
e la sera che ci addormenta e non c’è tutto
ma qualcosa si muove
quando ti siedi e mi domandi “allora?”
accanto al mio stupore.
Non dovrebbe mancarci… – bisbigliavo –
e i tuoi ricordi sparsi lungo il prato
ed i miei senza gambo, fiori a terra,
che poi cerchi gli odori
qualcosa che ti sembra di sapere e non conosci affatto
ma fa presto
che l’immagine, che ti seguivo, l’immagine
come faccio a seguire
tutto quello che ignoro
mentre il vento era secco ed io
dicevo
ma non dovrebbe mancarci – ti dicevo –
un’altra volta
quando viene l’inverno.


dal mio ultimo ancoraggio a uno scoglio

 

 

Mi colpiva la circolarità: lenta, metodica, solenne
nel cielo adesso azzurro.
Prima era un nero diverso dalla notte
ma il vento fa miracoli lungo il volo di un falco.
Ti chiedevi di me?
Più in basso, una rondine mi ricordava una follia lontana
con le ali
e i passi
lenti, al bordo delle aiuole.
Non mi riconosceva il viale; e i pensieri ora molto diversi
valutavano se mai mi ricordassi
mentre mi viene in mente il cavo di una tegola:
una casa di uccelli.
La solitudine, sì, era sempre la stessa. Anche il respiro
che ti sentivo dire senza dire, lungo il senso degli anni e degli intenti
ma non so come ripensavo al mare e la sua distrazione come il mio
ultimo ancoraggio ad uno scoglio, mentre guardavo immenso
(è chiaro che parlavo del sole) e la tua fronte all’ombra
(è chiaro che parlavo della sera).
L’acqua: un fondo rosa, come gli ultimi raggi
– ti ricordi le dita? – a scivolare –
ora strette ai ricordi che trattengo lungo tutta la vita.
Ma non c’erano gli alberi, non c’era
quello che non vedevo
la città
quando la nebbia cala un grande nulla
che ti circonda
e ti ci muovi: nulla.
E le begonie sparse, come un giorno che passa.


Fondamenta degli incurabili 2

 

 

 

 

A Iosif Brodskij

 

Mi sembravi Venezia e mi smarrivo
come se fossi ancora a Pietroburgo
dove i santi scompaiono
quando la neve scivola
e non diventa acqua
e il ghiaccio si trasforma nei ricordi
che vivono a San Marco
dove l’acqua trasporta le sue isole
d’inverno
e tutto mi sembrava una disfatta
mentre seguivo un angelo e la notte
mi frugava nei passi
del Baltico che scende nelle ombre
del tempo che risale.


il pianeta

foto7

Arrivava da lontano
come una cosa piccola
di strada
ripetitiva come le giornate
una finestra su una cantilena
una tristezza antica
mia madre che cantava
tu
dove ancora non c’eri
e un pappagallo dava la fortuna
come l’ignoto di un’intera vita.


sopra un ponte di barche

seurat ponte dipinto

Mi sembrava di intravederti all’alba
ma la notte un invito
per l’immaginazione a immaginarti
sopra un ponte di barche
dai Dardanelli al seno
e dal mio viso
al tuo distante
e un ultimo richiamo
che mi diceva “non abito più qui”
quando si leva forte la marea
e ti sentivo appena sussurrare
“non penserai di rimanere illeso”
mentre dicevo “mi sembravi donna”
cioè un genere incerto d’altra specie
irresistibilmente
il mio condono.
Poi si faceva quello che succede
e notti
come ancora
tu mi chiedevi “passano?”
come gli uccelli gli anni
desolato
ti guardo
senza dire
ma sono nato a nord del tuo sorriso
dove il vento mi sposta
e non ho altro.


Mentre mi lascio andare

Christian Hetzel Bild_891_in_balance_130_100_cm_acrylic_canvas_2012[1]

Poi ci porgiamo come una saliera

ci bagniamo la mano

ci riversiamo fondi

nell’altrui

pallida sera

che ci trascorre come in un’assenza

_ non l’avremmo pensato _

non l’avremmo neppure immaginato

quando figuravamo il tempo e gli anni

e la crosta sottile della terra

ci sembrava un cortile

e gli alberi, la nebbia, il mare aperto

_ ti ricordi le vele e le maree? _

e l’universo dove ti ho intravista

stringere tra le mani la tua vita

la mia che camminava

e il nostro letto

un racchiuso diverso dall’immenso

ma immenso

_ tu mi guardi stupita _

ma non è niente davvero di speciale

_ ti sorrido _

mentre mi lascio andare.


ricordi

e adesso sono qui
pieno di storie
da riposare nella mia memoria
ma si muovono
e mi spostano il tempo.

lalla e


gli ultimi ricordi che ho di lei

C.V.clausen

Senza troppa chiarezza: ma scintille.
Di quelle che si sperdono nell’aria, quando la fiamma è vento.
Tuttavia nessun dubbio 
neppure dietro l’angolo di questo mondo piccolo riempito
d’inconsistenza pura
da cui gli uccelli sfuggono emettendo
richiami di tempesta
e canzoni adatte ad imbrunire.
Smagliante,
ma con un tono di un abisso smesso
che poi ti accorgi che non ti sta bene.
Serie d’incurvature, neve bianca, argento svaporante
artisticamente adatta a una commedia
che nessuno ha mai visto
come le viole se non c’è la sera.
Oppure un’alba dai capelli al seno: totalmente svasata.
Evanescenza.
Di quelle verso il nulla, bianche azzurrate d’allucinazione
con tono di reale che sconvolge.
E non sai dove sia.
A volte la ricordo come un viaggio, un infinito bianco
dove si dice si perda conoscenza.
E il rumore silente della luna.
Sorgente. Ad arco. Margine a diluire.


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