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non c’era questo caldo

Klee_1922_luogo pescoso

(P. Klee: luogo pescoso)

Ricordi?
Quando volavano gli uccelli non c’era questo caldo.
Oggi neppure cantano
nascosti
nell’assenza dell’ombra.
No, decisamente non c’era questo caldo
quando tentavo di fare lo scrittore e
mi spremevo la testa
al di là delle idiozie di tutti i giorni
per dire qualche cosa di decente
nell’indecenza che trasforma in non parole.
E non c’era questo caldo neppure quando avevo una barca
e fabbricavo il vento, alzandolo dal mare che si alzava
e mi alzavo per sentirlo
ma tutto restava sempre comunque inafferrato.
E la sdraia, il tepore, la veranda che ci sforzavamo a immaginare.
Mi scioglierò nell’olio del tuo sole?


Di frattempo in frattempo

Ora quel tuo profumo non è chiaro
quando s’alzava il vento
ma non è di questo che volevo parlarti.
Neppure il tuo profilo – troppe lune lungo una sera e un’altra –
e davvero non si riusciva a intravedere
un’altra linea da lasciare in giro
quando l’estate insiste ed ogni notte
con quegli odori intensi, il rumore dei pini
i suoni accatastati lungo il sonno e dio che dorme
e mi sembrava questo vecchio istante
vecchio come la terra che contiene
gli istanti tutti
e l’onda
di frattempo in frattempo.

 


verso l’alba

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A mio padre

 

Sei venuto stanotte

dopo il nulla

e mi sembravi una nostalgia

bianca

che passa verso l’alba


alle volte mi chiedo di te

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Alle volte mi chiedo di te quando l’inverno
mi ricorda i tuoi passi, il bisbigliare
che mi compare accanto mentre il vento
circonda questa casa e queste ore
e passeggiando l’aria ti domando
se hai bisogno di nulla
o se il tuo nulla
ha bisogno di me per riposare.


queste stanze

Biblioteca

 

Qualche mese fa, quando morì John Ashbery, pubblicai una sua poesia. Qualche tempo dopo, ne scrissi una io per ricordarlo. Mi piace proporle insieme.

 

Questa stanza    di John Ashbery

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui

 

Un’altra stanza    di Giovanni Baldaccini
 Anch’io avevo una stanza
dove ogni tanto torno
o per lo meno credo di tornare
ed era piena delle mie impronte
disseminate sui libri i fogli i canarini
che non avevo
ma facevo finta che ci fossero.
Ci stavano le cose
che la traversavano anche di giorno
perché fingevo che ci fossero altrimenti non le vedevo.
Me le trovavo dovunque
persino sul divano
quando dormivo nell’acqua
e dovevo stare attento a non sperdermi al largo
ma avevo anche qualcosa di diverso
forse talmente
che non te lo so dire.
Oggi ci sei tu
ci sei rimasta senz’altro
perché se non ci fossi stenterei a ritrovarmi
ma faccio ugualmente fatica
ad aprire la porta.

scorci di un ottobre romano

Lyonel_Feininger_Greifenberg_Stadtmauer[1]

Quindi abbassavi le ciglia
(le palpebre seguivano quasi per moto proprio)
e io che incanalavo il tuo respiro
ne seguivo il passaggio
da una giornata all’altra
mentre le braccia restavano divise
quasi incapaci di scandire il tempo
con movimenti poco ragionati.
Questo mi sembrava appropriato.
Forse scorci
di un ottobre romano
consentivano al senso di apparire
a tratti luce tipo spazio-tempo
(sarebbe a dire terribilmente incerto).
Ti lavavo le mani.
M
i seguivi
con una certa rassegnazione nello sguardo
(i piedi non ne erano capaci
camminavano e basta)
mentre trattengo quando si fa sera:
un momento incedibile.


Pochi colpi di ciglia

Non sarà cosa lunga

_ credimi _

anche se i sogni sono sospensione

e non capisco mai dove mi trovo.

L’altra notte sembrava un corridoio

la precedente un rovo

altre mi sembra come questa fonda

inattuale parte della vita.

Dunque mi manca il tempo

e quando sogno un morto resta vivo

per un tempo ridotto

e sono sempre giovane

perché morto da poco

e i personaggi svariano nell’aria

indaffarati

perché stanno in un tempo

che si riduce a quello del mio sogno

ed hanno fretta i morti

giustamente.

Guarda mio padre

quasi non mi vede

chiuso dentro un mio sogno nei miei occhi.

D’altra parte un tramonto dura solo

pochi colpi di ciglia.

 

(mio padre)

Giorgio all'isola del Giglio


Berlin Alexanderplatz 3

 

Nefertiti1

Quindi più in basso:

uno scenario inutile.

E ritornare al tuo sorriso rosso

al vasto invito della scollatura

le gambe un’altra storia:

non avevi le calze.

Ah la mia testa

testa

dico testa

come fossero occhi indipendenti

e un’attrazione.

 

L’ambra non ha colore nella sera

ma non sapevo dove.


piccole variazioni senza vento

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(immagine di luciana riommi)

 

Quindi si passeggiava con le foglie

tra disimpegni grafici di strada

voci lunghe

dalle finestre alte

e sogni di selciato.

Tu diramavi pagine strappate

certamente sequoia in altra vita

quando la via è di sera

e il mio frugare

sembrava un volo sceso senza vento.

Tu mi dicevi “stupido!”

strisciante

come dentro una vena ti seguivo

nel verso del tuo corpo

ed approssimazioni _ si frusciava _

come se avessi ancora le tue gambe

una notte i tuoi fianchi

un improvviso

senso di variazione mi avvolgeva

d’oltremare la sera

ma lontana.


nella faccia del cinque (gioco di dadi)

A Paul Celan

Tu

come molti altri

noi sospesi

e devianti

inutili memorie

fondi d’amori spersi

connessioni

all’acqua

alla passione

al turbamento

che rimane da solo e non si volta

noi senza luna figli

e come tali pallidi

mortali

illusi di parole

lingua al fondo

spesso dormienti

noi

quando risale

il sole e notte spegne

i riflessi degli occhi nelle stelle

non so dove sei andato e non esisti

per convinzione d’inutilità

tu

dovrei dire noi

saremo morti.

Io farò come te.

 

Hopper


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