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Vi presento Roma

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Oggi sono stato da Feltrinelli a Largo Argentina, dove ho acquistato alcuni libri. Non mi sono fatto sfuggire l’occasione per fare una passeggiata in Piazza del Pantheon, da cui mancavo da tempo. Mancavo: anche la piazza.

La delusione è stata grande. La piazza è ridotta a un’accozzaglia informe, un enorme indistinto, con gente ammassata ovunque, seduta dove capita, anche intorno e sopra la fontana del Della Porta con il piccolo obelisco di Ramesse: un bivacco. Ovviamente si poteva ascoltare (si fa per dire) una musica a volume altissimo, percepibile anche dalle strade circostanti.

Questo l’ambiente. Anche piuttosto volgare, capace di comunicare un senso di deforme indifferente: mangiavano tutti, in qualsiasi modo e qualunque cosa. Per non parlare degli innumerevoli ristorantini e pizzeriette ammassate nei dintorni, tutti pieni. Che Roma fosse un ventre lo sapevo, che ingoiasse tutto nel baratro dei suoi secoli, mi era altrettanto noto, ma non in questo senso.

Qui bisognerebbe venire in silenzio; sostare religiosamente a respirare sensazioni profondissime, colme di storia e capaci di trasmettere un infinito senso di appartenenza, dove l’individuo smarrisce i confini di se stesso e percepisce la propria appartenenza a qualcosa di indefinibile e più vasto. Bisognerebbe; sembra di no.

Piazza della Rotonda, con le sue bellezze inimmaginabili, il tempio, l”arco della ciambella, resto delle terme di Agrippa e i resti _ in pratica un vascone _ delle terme di Nerone, i suoi palazzi straordinari, l’antico albergo del Sole, dove hanno alloggiato _ senza stare a fare nomi, tutti, ma proprio tutti, da Ariosto a Goethe. Piazza della Rotonda, un tempo centro del mondo, forse dell’universo. State lontani.


I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


Quadri romani da un’idea di giovanni baldaccini e luciana riommi

tempo non ha, scusate…

(La notte degli orologi o Mozart?)


Viaggio a Roma

5 Novembre

Mi trovo qui da sette giorni e a poco a poco si va formando nel mio spirito l’idea generale della città. Andiamo continuamente da un luogo all’altro e io imparo così a conoscere la pianta della Roma antica e di quella moderna, osservo le rovine e gli edifici, visito questa e quella villa, mentre ai monumenti più grandiosi non mi accosto che poco alla volta. Apro semplicemente gli occhi e vado e vedo e vengo, perché solo a Roma è possibile prepararsi a comprendere Roma.
Confessiamo tuttavia che è un lavoro ingrato e triste questo voler dissotterrare Roma antica dalla moderna; eppure bisogna fare anche questo, se si vuol godere alla fine di un’incomparabile soddisfazione. Si trovano tracce di una magnificenza e d’una distruzione che oltrepassano emtrambe la nostra immaginazione. Quello che i barbari hanno lasciato in piedi, hanno devastato gli architetti della Roma moderna.
A considerare un’esistenza che risale a duemila anni e più, trasfigurata dalla vicenda dei tempi in modo così vario e talora così radicale, mentre è pur sempre quello stesso suolo, quegli stessi colli, spesso perfino le stesse colonne e le stesse mura, e perfino nella popolazione si vedono ancora le stimmate del carattere antico, si finisce col diventare contemporanei dei grandi disegni del destino; ed ecco perché in principio riesce difficile all’osservatore il discernere come Roma sia succeduta a Roma, e non soltanto la nuova sopra l’antica, ma le varie epoche dell’antica nella nuova, l’una sull’altra…

Eppure, tutta questa meravigliosa massa di cose agisce su di noi del tutto tranquillamente, via via che si visita Roma anche solo per accostarci frettolosamente ai monumenti più insigni. Altrove, bisogna cercare ciò che ha importanza: qui ne siamo oppressi e schiacciati…
E la sera si è stanchi e spossati per aver troppo visto e troppo ammirato.
(Goethe, “Viaggio a Roma”, ed. Intra Moenia, pp. 19-20)

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Ah Faustina
il tuo seno sporgente
mi sembra un impossibile da amare
che invade la città e il mio disagio
di te, di lei, del nostro naufragare
nella distanza priva di spessore
di un cielo colmo di malinconia.


Visita forzata al “Tullianum” o carcere Mamertinum di Roma

 

Oggi sono stato praticamente “sfollato” da casa. Dalle ore 06,30 della mattina, al piano di sotto, abitato da una colonia di inqualificabili, si sono levate urla, rumori di trascinamento, canti, cori, pianole, ragazzini frignanti e quanto di altro infernale si possa immaginare. La cosa tremenda è che alle ore 13 tutto ciò ancora continuava, senza che ci fosse stata la minima interruzione. Ero già uscito alle 13 per una colazione forzata fuori casa e, rientrato alle 14,30, ho ritrovato la stessa situazione mostruosa. Alle 16, in preda a vera e propria disperazione e, nonostante la pioggia, ho chiamato un taxi decidendo di andare a vedere la mostra di Hopper al Vittoriano. Fila chilometrica e progetto naufragato. Ripieghiamo allora per una passeggiata sotto il Campidoglio, al Clivus Argentarius e il Foro di Cesare: sublime come sempre! Inaspettatamente il Mamertinum era aperto; l’avevo visitato da bambino; Luciana mai. Entriamo. e inizia il viaggio nel tempo.
Un primo giro al piano terreno, dove è allestito un piccolo museo in cui sono esposti reperti archeologici degli scavi e poi si scende nella Basilica medioevale ricavata nell’antico carcere. In essa, affreschi sbiaditi ma ancora percepibili; mi colpisce una Madonna della Misericordia. Credo che lì, dove giacquero Giugurta, Vercingetorige, i sostenitori del fratelli Gracco e molti altri nemici dello stato, ce ne fosse davvero bisogno. Stendo un velo pietoso sulla presenza nel luogo degli Apostoli Pietro e Paolo.
E’ un ambiente angusto, con muri in pietra; vi si respira l’aria dei primi secoli; non per nulla sembra fu costruito da Servio Tullio, (V/VI sec. a.C.,). I prigionieri vi venivano gettati da un buco nel pavimento scavato nell’ambiente superiore. Se ne usciva per morire.
Scendendo ancora, si arriva alla Fonte Sacra, un ambiente quasi identico, (il vero e proprio carcere) costruito su una fonte sotterranea, voluto da Numa Pompiio (VI/VII sec. a:C.). Mi suscita pensieri sulla vita in quei tempi e sulla sacralità magica che la pervadeva, ma sarebbe troppo lungo parlarne.
Risalendo, c’è una bella cappella che ospita uno splendido crocifisso ligneo del 1400, cappella benedetta da Pio IX quando ancora eventi del genere significavano qualche cosa.
Tornati all’aperto, non posso evitare una visita alla sovrastante chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami. Voluta dalla Confraternita, della quale si ammira ancora lo splendido oratorio dove i membri si riunivano, la chiesa che si presenta oggi è quella restaurata nel 1853, piccola e raccolta, sobriamente ornata, immersa in una penombra irreale. Lì ho ambientato alcune scene del mio romanzo “La notte degli orologi”; per me significa molto. Quado vi entro, il mio orologio odierno si ferma e ascolto il battito di quello antico che inevitabilmente si attiva e mi riporta indietro. O forse a casa.

 

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omaggio a un libro

Nel 1527, durante il Sacco di Roma, moriva Calvo Marco Fabio, medico e umanista, amico e collaboratore di Raffaello,con il quale si impegnò nella ricostruzione possibile dell’antica Roma, calandosi in grotte e monumenti sepolti, scavandone di nuovi e , in base a tali studi, ipotizzando la possibile forma dell’Urbe, dei suoi monumenti e della sue Insulae in epoche diverse. A lui dobbiamo questo libro, salvo per miracolo dalla furia dell’ignoranza e a lui dedico un pensiero riconoscente per aver tentato di ricostruire Roma, dimidium animae meae, quando l’archeologia non era neppure u sogno.

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Bertolt Brecht: gli affari del signor Giulio Cesare

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“La strada che ci avevano indicato, stretta e piuttosto ripida, saliva a zig–zag tra gli oliveti che, sostenuti da bassi muretti di pietra, si alzavano a terrazzi dal lago. Era una mattina serena”.

Che ci fa un giovane avvocato appassionato di storiografia di buon mattino lungo una strada di campagna tra gli olivi? Ha un’ottima ragione per trovarsi lì: vent’anni dopo la morte di Cesare si sta recando nella tenuta di Mumlio Spicro, ex ufficiale giudiziario ed ex banchiere, che si dice detenga i segretissimi diari di Raro, ex intendente di casa del signor Giulio Cesare. Da questi diari lo storiografo si aspetta di ricavare informazioni preziosissime per ricostruire la figura del fondatore dell’Impero. Ne ricaverà senz’altro, ma non nel senso che si aspettava.

Ne Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi, 1973, Brecht tratteggia un romanzo incredibile che difficilmente può esser definito romanzo. Si tratta infatti di una ricostruzione straordinaria della vita romana alla fine della Repubblica; non della vita quotidiana, ma degli intrighi, raggiri, tradimenti, sottilissimi inganni tra i poteri che quel mondo reggevano, non per governarlo: per depredarlo.

Il potere, infatti, è il protagonista di questo testo, nei suoi più reconditi aspetti, ma non per questo meno veri. Il potere per il potere, dunque; con esso tutto ciò che al potere occorre, compreso muovere uomini e nazioni come semplici pedine sullo scacchiere di una politica nascosta e spietata che di quegli uomini e di quelle nazioni non fa alcun conto.

Tutto questo risulta dalla lotta per il dominio che si svolge a Roma tra il senato e la city, ovvero l’oligarchia latifondista e politica e i poteri forti dei banchieri che si appoggiano al popolo al solo fine di scalzare il senato dai suoi seggi. La situazione viene complicata dalla congiura di Catilina, che la city segretamente appoggia, e i “balzi” del signor Giulio Cesare da una fazione all’altra, nella disperata ricerca di una soluzione personale insostenibile, in cui tutti i personaggi muovono i fili di un teatro astruso senza potersi in alcun modo liberare dai fili che muovono loro stessi. Una rappresentazione che avrebbe dell’incredibile se non fosse totalmente credibile. Nessun ideale, grandi parole, nobili intenti, bene della repubblica o del popolo: solo la ricchezza e il potere che ne consegue, con l’intrusione di una buona dose di pazzia generale. Non molto diverso da oggi, credo.

Il testo Ë di un’attualità straordinaria e con un linguaggio scarno e a volte brutale sbatte in faccia al lettore quel che spesso non piace vedere: per questo non ci accorgiamo che oggi è praticamente uguale. La lettura del romanzo di Brecht trasmette anche angoscia, perché gli affari del signor Giulio Cesare sono affari angoscianti, colmi di debiti, creditori alla porta, ufficiali giudiziari pronti a pignorare e tra questi lo stesso Mumlio Spicro, che Cesare perseguitava e al tempo stesso ammirava, tanto da ordire trame segrete per porlo a capo del movimento della city. Come, si dirà, un uomo così compromesso e sull’orlo di un fallimento disastroso verrà posto a capo di un movimento? Sembra proprio di sì, perché così va la politica, secondo gli umori del popolo che, come sembra, allora come oggi – mi spiace dirlo – non ragiona molto.

Incredibilmente, sembra che l’intento della politica di allora (soltanto?)fosse quello di “portare nella Curia il diluvio, o almeno la sua schiuma; naturalmente non i contadini affamati, soltanto i loro carnefici, gli strozzini. Naturalmente non gli artigiani falliti, soltanto i possessori delle ipoteche. No, il signore non dimenticava la miseria, il grande democratico si ricordava della disperazione dei ‘depauperati’; in caso contrario, come avrebbe potuto ricattare i ‘depauperatori’? Il senato era troppo piccolo: occorreva ingrandirlo. I ladri privilegiati erano troppo pochi: si trattava di aumentarli con l’aggiunta di ladri non privilegiati. Sotto lo sguardo minaccioso del dittatore, tutti quelli cui la polizia aveva recapitato la refurtiva a domicilio, stringevano le mani a tutti quelli che erano andati a prendersela da sé. E la lebbra, per reprimere, allontanare, decimare la quale avevano fatto tante promesse contro altrettante bustarelle? Non era forse decimata, quando invase la Curia? Era effettivamente soltanto una minima parte della lebbra, soltanto quella che sapeva far tintinnare le monete. Una parte piccolissima. Ma forte, e rumorosa. Bisogna saper gridare se si vuol contrattare. Si guardi un po’ il suo senato. Un mercato. Vuole motivi di vita contemporanea per un pittore? Senatori romani che si cercano i pidocchi. Sì, veramente un grand’uomo, il suo impiegato, Spicro!” (pp. 154-155).

Questa il riassunto della situazione fatto da Vastio Aidro, durante una cena in casa di Spicro, con grande meraviglia e sconcerto del giocane avvocato storiografo. Se fosse entrato in possesso dei famosi diari, ne avrebbe avuto delle belle da scrivere. O meglio, riscrivere: praticamente l’intera storia della Roma dei suoi tempi.

Attraverso la lettura dei diari del liberto Raro emerge tutto questo. E molto altro. Emerge come lo stesso Raro cerchi disperatamente il suo amante tra i morti accatastati delle legioni di Catilina, mandato al macello al momento opportuno, perché la ratio della politica nascosta aveva bisogno di contadini contro contadini, poveri contro poveri, da far scannare nei campi intorno a Pistoia, in una delle pagine più terribili e toccanti del romanzo. Leggiamo dai diari di Raro:

“Riprendendo il cammino arrivammo in campo aperto. I mucchi scuri anche qui erano fitti1, ma non si vedevano pattuglie di sgombero.

Non mi chinai nemmeno una volta per guardare un viso. Pure, avevo la sensazione di cercare. Per tenermelo impresso, pensavo. Infatti qui non si distinguevano amici da nemici, tutti erano romani, tutti portavano uniformi romane. E tutti provenivano dallo stesso ceto. Avevano obbedito agli stessi comandi quando erano partiti all’attacco, gli uni contro gli altri. È vero che tanto l’esercito di Catilina quanto quello di Antonio non erano formati di gente che aveva gli stessi interessi. Spalla a spalla stavano gli ex coloni militari di Silla e i contadini etruschi cui erano stati portati via i campi per darli a quelli. E a quelli a loro volta i campi li avevano portati via i latifondisti. Incapaci di resistere alla speranza di una vita più sopportabile, che era stata loro prospettata da Catilina, combattevano disperati contro i veterani arruolati dal signor Cicerone, che dai loro campi carichi di debiti erano finiti a Roma, e insieme ai contadini indebitati della Campagna non avevano potuto resistere alla prospettiva di 50 sesterzi di paga giornaliera {…} Io da parte mia mi stordisco come posso. Sono quasi ogni sera a un’altra corsa di cani.” (p. . 159–160).

Un’altra corsa di cani… un’altra sera… un altro stordimento, da allora – e probabilmente anche prima – ad oggi e probabilmente anche dopo.

Alla morte di Brecht, avvenuta nel 1956, l’attesa per questo romanzo era enorme. Alla morte del romanzo, cioè alla sua ultima pagina, la delusione lo è altrettanto perché il romanzo è rimasto incompiuto. Tuttavia, se Brecht non fosse morto e avesse portato a termine questa sua opera, non avrebbe potuto dire nulla di più: ciò che il romanzo contiene, compiuto o meno, Ë più che sufficiente.

1 Pile di cadaveri dopo la battaglia di Pistoia.


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