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ma che fine hanno fatto i taxi con i predellini?

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Ma che fine hanno fatto i taxi con i predellini? E i cavalli delle carrozzelle? E gli asinelli del Gianicolo che tiravano un vagoncino carico di bambini? E i burattini, la domenica.

Perché il mio gatto non ha più gli stivali?

Erano verdi e neri quei taxi ed erano grandi: ci si poteva salire in molti. C’era lo strapuntino, cioè un piccolo sedile di fortuna posto dietro la spalliera dei sedili anteriori. Si tirava giù e ci si sedeva. Io ci sono stato. Rannicchiato. Ci si stava rannicchiati.

Poi il tassista si voltava ed apriva il vetro per chiedere dove si voleva andare. Erano scorrevoli quei vetri, come le frecce che uscivano dalle fiancate per indicare la direzione. C’era una direzione.

I cavalli non avevano le frecce. Salivano da San Pietro al Gianicolo con un rumore cadenzato di zoccoli. I cavalli avevano un rumore.

Anche lo scaldabagno a gas quando lo accendevi. Lo accendevi e faceva un rumore di vampa: sembrava ci fossero centinaia di candeline. La domenica facevamo il bagno in un altare.

Quando la notte avvolge ed io non dormo.

Al davanzale.

Con la strada bagnata e la vita che ancora non sapeva di soffrire.

I taxi però avevano i predellini. Potevi fare la corsa appeso fuori. E il vento, le stelle, le navi del deserto.

Poi uno faceva l’amore per non stare male. Ero costretto a risponderti: ma dove vuoi che lo trovi un senso?

A volte trovavo suoni. In una stanza grande, piena d’organo e cori. Era grande. Dice che c’era Dio.

E i vicoli mormoravano: quando le processioni. M’hanno levato i suoni.

C’erano Madonnine appese ai muri. Erano colme di cuori per grazie ricevute. Era molta la grazia. Oggi le hanno tolte dalle strade. Con la pietà.

Senza la Madre Cristo non può nascere. Hanno levato Cristo dalle strade.

Che fine ho fatto io?

E la mia anima. Nei Fori dove stava Roma. Quando adesso la notte. Cerca una ragione, persino una metà, per rimanere.

E sono costretto a risponderti: poi tutto si rimargina, anche la notte.

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Suoni di Roma

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‘Na vorta se sonava cor cannone
dice: che ora è?
mezza giornata
e l’artra mezza?
mo’ viene
la nottata.


Verso Roma

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Non salvare queste cose
lasciale
e i giorni che hai sottratto
fanne una cosa informe
con una donna o un circo
un viaggio o una cresima tardiva
questa città
dove poggia la tenebra
del tempo che se n’è dimenticato


sorsi di un ottobre romano

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Quindi abbassavi le ciglia
(le palpebre seguivano quasi per moto proprio)
e io che incanalavo il tuo respiro
ne seguivo il passaggio
da una giornata all’altra
mentre le braccia restavano divise
quasi incapaci
di scandire il tempo
con movimenti poco ragionati.
Questo mi sembrava appropriato.
Forse sorsi
(di più non saprei dire)
di un ottobre romano
consentivano al senso di apparire
a tratti_luce tipo spazio_tempo
(sarebbe a dire terribilmente incerto).
Ti lavavo le mani;
mi seguivi
docile
con una certa rassegnazione nello sguardo
(i piedi non ne erano capaci:
camminavano e basta)
mentre lasciavo andare quel che posso
per trattenere il resto:
generalmete poco.
Poi si faceva sera:
un momento incedibile.


Vi presento Roma

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Oggi sono stato da Feltrinelli a Largo Argentina, dove ho acquistato alcuni libri. Non mi sono fatto sfuggire l’occasione per fare una passeggiata in Piazza del Pantheon, da cui mancavo da tempo. Mancavo: anche la piazza.

La delusione è stata grande. La piazza è ridotta a un’accozzaglia informe, un enorme indistinto, con gente ammassata ovunque, seduta dove capita, anche intorno e sopra la fontana del Della Porta con il piccolo obelisco di Ramesse: un bivacco. Ovviamente si poteva ascoltare (si fa per dire) una musica a volume altissimo, percepibile anche dalle strade circostanti.

Questo l’ambiente. Anche piuttosto volgare, capace di comunicare un senso di deforme indifferente: mangiavano tutti, in qualsiasi modo e qualunque cosa. Per non parlare degli innumerevoli ristorantini e pizzeriette ammassate nei dintorni, tutti pieni. Che Roma fosse un ventre lo sapevo, che ingoiasse tutto nel baratro dei suoi secoli, mi era altrettanto noto, ma non in questo senso.

Qui bisognerebbe venire in silenzio; sostare religiosamente a respirare sensazioni profondissime, colme di storia e capaci di trasmettere un infinito senso di appartenenza, dove l’individuo smarrisce i confini di se stesso e percepisce la propria appartenenza a qualcosa di indefinibile e più vasto. Bisognerebbe; sembra di no.

Piazza della Rotonda, con le sue bellezze inimmaginabili, il tempio, l”arco della ciambella, resto delle terme di Agrippa e i resti _ in pratica un vascone _ delle terme di Nerone, i suoi palazzi straordinari, l’antico albergo del Sole, dove hanno alloggiato _ senza stare a fare nomi, tutti, ma proprio tutti, da Ariosto a Goethe. Piazza della Rotonda, un tempo centro del mondo, forse dell’universo. State lontani.


I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


Quadri romani da un’idea di giovanni baldaccini e luciana riommi

tempo non ha, scusate…

(La notte degli orologi o Mozart?)


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