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vento

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Io conto la sabbia di una spiaggia
e mi tocca sempre ricominciare da capo
perché mi piace il vento.


mediterraneo

onde

(immagine del web)

Me lo porto di taglio di prospetto
o in una cucitura della vela
come fosse un andare
dove l’acqua si perde in forma d’acqua
e la terra vacilla
tra fratture di semi e oscillazioni
diverse le stagioni:
non restare.
Me lo porto a bisaccia quando il vento
muove le mie prigioni ed i torrenti
spargono
polvere di montagna
frasi oscure
e gli attimi recisi dalla vita
perduta
la mia maledizione di sognare:
rimestare.
Me lo porto di sera quando piove
per ripararmi dalle angolature
di gronde dei palazzi e scarse stelle
io mi porto la pelle
che sono nato dove c’era sabbia
e la malinconia fitta di sera
porto una cosa che non sa parlare:
ricordare.
E te lo porto quando mi distendo
a bagnarti il cuscino
fraintendo
le tue lacrime azzurre ad ascoltare
vento di me che piego e mi ritraggo
onda
che dipingo e trattengo
nella mia vocazione:
ritornare.


respiro di sabbia

 

a volte ci fermiamo
a contemplare il tempo che galleggia
l’altro di noi nell’acqua
la notte
quando il mare si veste con le stelle
e noi
distesi ad asciugare
ci soffermiano muti
mentre mi scorre sabbia tra le dita
e  sorridi a questa mia sciocchezza di partire.


Vista con granello di sabbia: Wislawa Szymborska

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(foto di luciana riommi)

Lo chiamano granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.
Fa a meno di un nome
generale, individuale,
permanente, temporaneo,
scorretto o corretto.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un’avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c’è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce,
senza odore e senza dolore
è il suo stare n questo mondo.

Senza fondo è lo stare del fondo del lago,
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.
Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole,
non grandi.

E tutto ciò sotto un cielo per natura senza cielo,
ove il sole tramonta senza tramontare affatto
e si nasconde senza nascondersi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Tre secondi, però, sono nostri.

Il tempo passò come un messo come una notizia urgente.
Ma è soltanto un paragone nostro.
Inventato il personaggio, fittizia la fretta,
e la notizia inumana.


Punto zero (2)

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C. Bresson

Svoltare insipido: dalla puzza e il biancore.

Distratto, il medico mi dice si rivesta.
Eseguo, con occhiata traversa agli strumenti.

Quindi avanzare rapido.
Vento da est scompagina la scena sotto scintille e sguardi:
sempre stelle, le solite.
Più in basso, come sporgenza, traballava la luna.
Certe volte, un cavallo a dondolare l’orizzonte.
Nell’argento che affonda, impalpabile mare di granelli cancella vista e passi.
Transitare?
Poi insorge: mulinello di correnti ascensionali. E montagne sbiadite a vista spersa.
C’è un oceano dietro, ma la bussola non segna punto zero.
Avanzare ancora?

Quindi in un bar per fare colazione. Un caffè; d’intorno tintinnii.
Un’occhiata a un giornale sul bancone, ma la concentrazione non è viva.
E mi sembrava di sentire il vento.

Dietro le spalle sabbia. Inutile voltarsi.
Le subitanee esplosioni seroastrali spazzano tracce. Misurare almeno.
Intanto, specchiarsi nell’insegna della luna (di solito, serve a passare il tempo).
Certe volte la pazzia conforta rendendo vane sciocchezze radicate.
Tranquillizzato, non so più dove sono. L’oasi morta è quattro giorni indietro;
tre giorni la città scomparsa; le rovine dal nulla.
Soffio e deserto.
Avanza.
Quando domani sorgerà asfissiante l’ustione che nullifica il cammino
non ci sarà più acqua per bagnare la bocca e il fazzoletto.
Per adesso: la notte.

Ripensando alla stanza d’ospedale: chissà cosa vuol dire “si riposi”.
(Quello mi vuole morto).

La navigante nuvola biancore non riusciva a schermare la calura.
Onde azzurrate: aria, riflessi, dune.
Anche nel mare il fondo è spessa sabbia.
Tuttavia faticoso; la resistenza dell’acqua è doppio intralcio
ma qui non c’è soccorso di creature disposte a trascinare uno che affoga.
Se provassi a nuotare?
S’accostava setosa vasta sera senza intralcio di linea d’orizzonte.
Stelle dall’alto invadono la volta proponendo anni luce:
nessuna direzione.

La fatica mi invade.

Una città. Inquieto cerco deviazioni. Non ho alcuna intenzione d’inoltrarmi.

Sfaccettati cristalli delle stelle spuntavano nel buio fratturato.
Raggi lunari fendevano leggeri la sera intabarrata di stupore.
Se li afferri: fantasmatiche architetture immaginali.
Chi dice siano inutili?

Fasci a ricordi lungo le spaziature della luna.
Divaricavo, come se fosse pagina la testa.
C’erano nuvole come a traversare.
C’erano: di vento.


vuoto a perdere

 

("vuoto" di luciana riommi)

(“vuoto” di luciana riommi)

 
 
Quando me ne andrò
non ci saranno cavalli
né ostriche o stagioni.
Non ci saranno ricordi
perché non ci sarò
e neppure maree
perché non potrò soffiarci sopra.
Ci sarà solo un collo di bottiglia
senza pancia
coperta dalla sabbia in qualche spiaggia
forse in Bretagna forse in Normandia
né biglietto
perché tu che mi leggi
lo avrai gettato in mare.

 
 


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