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canto d’amore notturno dell’allocco (nuova versione)

 

 

Dunque come potevo
scriverti
nel giorno in cui i pensieri fanno ressa
e naufragando uccidono
l’ultimo temporale
il disimpegno pavido del sole
l’acqua silente che non posso bere
e la città distante
come un volto che passa.

(Tratta da “Euridice non abita più qui” (di prossima pubblicazione, forse).


dal mio ultimo ancoraggio a uno scoglio

 

 

Mi colpiva la circolarità: lenta, metodica, solenne
nel cielo adesso azzurro.
Prima era un nero diverso dalla notte
ma il vento fa miracoli lungo il volo di un falco.
Ti chiedevi di me?
Più in basso, una rondine mi ricordava una follia lontana,
con le ali,
e i passi
lenti, al bordo delle aiuole.
Non mi riconosceva il viale; e i pensieri ora molto diversi
valutavano se mai mi ricordassi
mentre mi viene in mente il cavo di una tegola: una casa di uccelli.
La solitudine, sì, era sempre la stessa. Anche il respiro
che ti sentivo dire senza dire, lungo il senso degli anni e degli intenti
ma non so come ripensavo al mare e la sua distrazione come il mio
ultimo ancoraggio ad uno scoglio, mentre guardavo immenso
(è chiaro che parlavo del sole) e la tua fronte all’ombra
(è chiaro che parlavo della sera).
L’acqua: un fondo rosa come gli ultimi raggi
– ti ricordi le dita? – a scivolare –
ora strette ai ricordi che trattengo come tutta la vita.
Ma non c’erano gli alberi, non c’era
quello che non vedevo
la città
quando la nebbia cala un grande nulla
che ti circonda
e ti ci muovi, nulla, soltanto circondati.
E le begonie sparse, come un giorno che passa.


Mark Strand: Mattino, mezzogiorno e sera

renoir 22

III

Queste sere di rosa e porpora che svaniscono, di caldo anomalo

che carezza la pelle fino a che non dormiamo e sconfiniamo in luoghi

che avevamo sempre sperato fossero fuori dalla nostra portata – gli abissi

dove nulla prospera, dove tutto ciò che accade pare

sia per sempre. Sudiamo, imploriamo ci si rimetta in libertà

in orario nel giorno che viene, e cadiamo nel panico al pensiero

di non arrivarvi mai ed essere costretti ad andare alla deriva dimenticati

su un mare di mezzanotte dove ogni mille anni si avvista una nave o un cigno,

o un nuotatore annegato la cui immaginazione è sopravvissuta al suo destino e nuota

per provare, a nessuno in particolare, quanto sia stata falsa la sua vita.

(tratta da “L’inizio di una sedia”, Donzelli, 1999)


Wallace Stevens

George Seurat

Eppure sono l’angelo necessario della terra,

Perché nel mio sguardo vedete la terra nuovamente,

 

Libera dalla sua dura e ostinata maniera umana,

E, nel mio udire, udite il suo tragico rombo

 

Liquidamente sollevarsi nei suoi liquidi indugi,

Come acquee parole nell’onda, come sensi detti

 

Con ripetizioni e approssimazioni. Non sono forse,

Io stesso, una sorta di figura approssimativa,

 

Una figura intravista, o vista un istante, un uomo

Della mente, un’apparizione apparsa in

 

Apparenze tanto lievi a vedersi che se appena

Volgo la spalla, subito, ahi subito, svanisco?

(tratta da “Angelo circondato da paysans” di Wallace Stevens)


questa poltrona

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Non puoi chiedermi di avere un altro tempo

quando la sazietà

si accomoda nei libri che ho alle spalle

e impedisce di leggere

un oltre che non vedo

un’altra riga

una velocità di transizione

che talvolta compare

coi lineamenti della mia memoria

né puoi chiedermi di abitare ancora

questa poltrona

questa vecchia faccia

questa ripetizione di pensieri

che qualcuno cancella mentre scrivo

_ un altro io, sospetto _

tra le pieghe del mondo

dove gli accade quello che gli accade

e me ne parla

spesso

me ne parla.


scritture

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Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


Itaca, può darsi (2)

jamie 1

(foto di jamie heiden)

Se

non fossi stato a Itaca

non avrei visto perle nei tuoi occhi

né un viaggio che m’assale

e profondissima

questa notte

viene.


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