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scritture

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Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


Breve riflessione sullo scrivere

Spesso ci si domanda perché si scrive. Chi lo fa non può rispondere perché la sua non è una libera scelta ma una costrizione. Dunque deve rispondere di una costrizione. Per farlo, è costretto a chiamare in campo un Daimon interiore, o l’Anima, o comunque si voglia definire ciò che lo ispira e che sempre sfugge al controllo volontario. E’ a tale entità nascosta, a tale “Altro” che la domanda andrebbe rivolta; non risponde mai.
Dunque, perché scrivere? Perché “Altri” lo vuole. A parziale consolazione di chi scrive possiamo rispondere che l'”Altro” non sa perché lo fa o costringe a farlo. A questo può rispondere lo scrittore.
Un libro, che sia prosa o poesia o saggio, non è un fatto privato: è un dialogo. Se il libro resta privo di lettura, il dialogo non esiste. Neppure il libro. Si tratta infatti di un dialogo tra chi scrive e chi legge, un dialogo muto, a distanza, ma ugualmente essenziale, perché un libro è un invito e un incompiuto: spetta al lettore completarlo con la propria invenzione, attenzione, fantasia, attribuzione di significato. Privo di ciò, un libro non significa; un libro che non abbia occhi che su di lui si posano resta soltanto un fatto privo di diffusione di significato. Dunque tace.
Strano destino quello dello scrittore, sia narratore che poeta o saggista: sembra che parli mentre il più delle volte resta muto.


vento di mare di una notte al sole

 

 

Emil Nolde - Notte al chiaro di luna, 1913

(Emil Nolde – Notte al chiaro di luna, 1913)

Generalmente statico, io mi scrivo di me per non dormire, che il mondo è un sonno enorme e mi riparo all’ombra di menzogne costruite, una scelta di fuga, precisa quanto l’attimo che sfuma e come tale inutile.
Mondi alterni: questa la decisione. Possibilmente vite alternative di cui sono padrone d’illusione, ma la mia cifra, precisa quanto il nulla che m ‘insegue, si presenta: scrive di me di nulla.
A volte scrivo voi, fantastiche figure alternative, donne di giorno notte pomeriggio e se potessi: ancora. Nulla mi è più gradito delle donne . Una di queste aeree figure in camicetta bianca e gonna nera sopra le ginocchia è per me di un erotico sfrenato. Sogni di sogni dentro ancora sogni. In pratica: sognare. Scrivo di donne, scrivo delle donne. Chi non le ama è pazzo!
Vi faccio viaggio, valigia, conclusione. Facco di voi: vi faccio. Vi faccio voce, consiglio, perdizione. E voi lasciate fare. Non è soltanto eros: io vi adoro. Vi attribuisco tutte quelle cose che forse avete o non avrete mai. Vi spoglio di terrestrità. Ma siete terra. Questo solo alla fine.
Dicevo: sbugiardare questo volgare intimo rappreso chiuso bastardo solo divisione, banalità selvaggia, sconclusione, vuoto di vuoto privo di alcun senso. Alle corte: mondo.
Personalmente provo un certo disgusto. Si, senz’altro: proprio schifo. Mi fa schifo l’ignobile assodato privo di discussione. Mi fa schifo l’ingordo, il senza senso, la violenza patita e perpetrata e tutte quelle cose mattutine di cui ci si riveste per uscire. Detesto l’inutile assemblato: folla.
Donne dicevo. A colazione a pranzo a cena doppia. Donne comunque, senza soluzione. Cioè, dicevo: donne per respiro. Donne di donne dentro forme donne. Quando non siete pazze.
A volte siete anima: mi sperdo.
E allora seno e seno, ancora seno. Non tralascio il restante: strade, verso il mistero. Ma per favore, quando incombe la voglia e il corpo è un rosso fondo senza senso; il viola dell’assente si presenta e mi sorpassa senza che io possa: 1. sollevare la testa; 2. chiedere perdono; 3. cercare ancora Dio; 4. ancorarmi a una sosta; 5. ricordare un ricordo; 6. riflettere un riflesso… non fatemi annottare:  una carezza.
Dopo vi scrivo.
Un impegno sbiadente. Come le nuvole, l’alba, il temporale, le frasi, le promesse, le illusioni; le stelle, le nottate, le lenzuola; i sussurri, le orecchie, il dormiveglia, le brevità congenite, la mamma, vento di mare di una notte al sole e questa infanzia che non sa morire.
Consiglio di rivolgersi al consiglio più vicino. Quindi, voltare pagina, senza mettere il segno. Il dubbio è una catena di montaggio: pozzi di pozzi all’infinito pozzi. Non pensate si arrivi. Ogni invenzione è sempre insicurezza nata per costruire forma al vuoto. Ma non si chiude mai. Io sono un vuoto che cade nel suo vuoto. Mi scrivo spesso: per sapere che cado.


divagazioni

 

 

e l’indistinto cui non scrivo più

mi riveste d’alterno

ma l’orologio chiuso nelle ore

legge

il suo verso disgiunto

dove la vita scorre

mentre trattengo

l’irresoluto muto

dell’universo che non si può dire.


radici

Gustavo Diaz Sosa, Babylon [1]

(Gustavo Dìaz Sosa, Babylon)

Privo di passi salgo
le forme bianche a traversare indizi
ed alberi accennati sposto il tempo
dove le madri sognano
albe di pleniluni e notti ambigue
distesa
tu delegavi voci
ad inseguire il mondo che ti scrivo
e pensieri accampati
presso i tuoi seni lievi e le catene
che calcolando getto al divenire
dove talvolta
stelle
a radicare il vuoto.


nonostante

nonostante alcune difficoltà, mi costa troppo chiudere questa pagina che rappresenta un mio contatto con la scrittura. Ho deciso pertanto di tenerla viva, anche se non con la stessa frequenza di prima. Ringrazio chi vorrà continuare a frequentarla.


Rappresentazione e significato (tratto da Scrivere il nulla scrivere di nulla, in Rivista Fermenti 2014)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

immagine di luciana riommi

 

Rappresentazione e significato

(tratto da Scrivere il nulla scrivere di nulla, in Rivista Fermenti 2014)

“Il poeta ha per destino di esporsi alla forza dell’indeterminato e alla pura violenza dell’essere di cui non è possibile fare nulla, e di sostenerla coraggiosamente ma anche trattenerla in sé imponendo il ritegno, il compimento di una forma […] Ma compito che non consiste nel consegnarsi all’indeciso dell’essere, ma nel dargli decisione, esattezza e forma, oppure, come egli dice, ‘nel fare delle cose a partire dall’angoscia’” (M. Blanchot, op. cit. p. 122).

Qui Blanchot, assume posizioni kierckgaardiane se non anche riferibili ad Heidegger, ma poco importa. Quel che conta è che scrivere è operare nel nulla, fare del nulla qualcosa di esistente: un linguaggio.

Come scrive Recalcati:
“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo.

Scrivere è allora un sapere non ancora pronunciato, un senso fondo denso di pressione, un’esigenza di dare nome al caos dell’informe e rendere l’indicibile di noi nome da dire. Un organizzare il diverso senza forma attraverso l’espressione di senso che non è mai pura ragione ma, mentre dice, sente il fondo in cui cammina e percependolo lo dice.


pensieri involontari

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Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia
e s’allaga, s’allarga quando scoppia
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
(o l’altra casa dietro il convento a sera?)
sarebbe facile
se non piovesse
che mi dimenticassi
di svuotare le stelle e il firmamento
l’alba la sera la città
tempo di calamita che ti tira
la vita
come un abbonamento
al teatro nell’angolo di dove
che mi diverto a scrivere le parti
in forma di silenzio
se tacete
e la pioggia
ha un rumore di fondo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la vecchia ghirlandaia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.


anima

(L. Fontana)

(L. Fontana)

 
 

mi scrive di silenzio
qualche volta
la vita

 
 


Due parole sul tempo perduto : Deleuze e Proust

(Alfio Giurato, Studio per Profilo)

un mio articolo su l’EstroVerso

http://www.lestroverso.it/?p=3397


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