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al prossimo passaggio della terra

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Quindi annottava:
come sapessi scrivere.
C’erano le astensioni a senza sera
con gli angeli addensati
e si chiedeva
da parte di nessuno
dove fosse la luna
e il portone di casa
una traversa
piena di notti insonni e clandestini
dove trovare l’acqua benedetta
l’aria
la sorte
la voce di una figlia
e il nome di una stella nata appena.
Si chiedeva di te senza parlare
come fanno le stelle
che spiano
profondamente dietro il tuo profondo
e un nome
s’aspettava illegittime risposte
che a loro volta stanno dove tace
questo sibilo azzurro dietro il vento
ma tu che ne fai parte non chiedevi
come d’altronde io
e attesa
come fanno i destini
al prossimo passaggio della terra.


Breve riflessione sullo scrivere

Spesso ci si domanda perché si scrive. Chi lo fa non può rispondere perché la sua non è una libera scelta ma una costrizione. Dunque deve rispondere di una costrizione. Per farlo, è costretto a chiamare in campo un Daimon interiore, o l’Anima, o comunque si voglia definire ciò che lo ispira e che sempre sfugge al controllo volontario. E’ a tale entità nascosta, a tale “Altro” che la domanda andrebbe rivolta; non risponde mai.
Dunque, perché scrivere? Perché “Altri” lo vuole. A parziale consolazione di chi scrive possiamo rispondere che l'”Altro” non sa perché lo fa o costringe a farlo. A questo può rispondere lo scrittore.
Un libro, che sia prosa o poesia o saggio, non è un fatto privato: è un dialogo. Se il libro resta privo di lettura, il dialogo non esiste. Neppure il libro. Si tratta infatti di un dialogo tra chi scrive e chi legge, un dialogo muto, a distanza, ma ugualmente essenziale, perché un libro è un invito e un incompiuto: spetta al lettore completarlo con la propria invenzione, attenzione, fantasia, attribuzione di significato. Privo di ciò, un libro non significa; un libro che non abbia occhi che su di lui si posano resta soltanto un fatto privo di diffusione di significato. Dunque tace.
Strano destino quello dello scrittore, sia narratore che poeta o saggista: sembra che parli mentre il più delle volte resta muto.


lo spazio letterario

vetro

 

“Questo esilio che è proprio del poema fa del poeta l’errante, il sempre smarrito, colui che è privo della presenza stabile e della vera sosta. E ciò deve essere inteso nel senso più grave: l’artista non appartiene alla verità, perché l’opera è ciò che sfugge al movimento del vero, perché sempre, da qualche parte, essa lo revoca, si sottrae alla significazione, designando la regione dove niente resta, dove ciò che è avvenuto non è tuttavia avvenuto, dove ciò che ricomincia non è ancora mai cominciato, luogo della più pericolosa indecisione, della confusione da cui niente sorge. Questo di fuori eterno è evocato efficacemente dalle tenebre esterne, in cui l’uomo è messo alla prova di ciò che il vero deve negare per divenire la possibilità e la via.”
(M.Blanchot, Lo spazio Letterario, Einaudi, Torino, 1977, p. 207)


portami

 

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)


 

Portami
senza muovere l’acqua
dove finisce
e legami alle gocce della luce
che non mi sposti il vento
dove si sveglia il mondo
se un riflesso
come quando si scrive e lanci un foglio
mi rimbalza negli occhi
che mi gira la testa
e mi sento un bisogno di dormire

 
 


senza sfondo

 

A un amico in tempesta

Immagino che sarà lunga
come un chiodo che preme senza entrare.
Capita a volte, per la porosità del materiale
o se lo batti a mano.
Immagino inutile, a volte doloroso
pretendere d’immaginare senza senso
e dare corpo
a una cascata di cristalli morti:
se ci provi soddisfazione è masochismo.
Immagino la faccia di chi scrive, se solo si vedesse
e la mia: se non vedessi più.
Immagino la sera in un castello: sperduta, dentro tutto quel buio
e freddo a frantumare.
Immagino una fuga di parole, come quando rincorro.
Vanno verso quel bianco, loro scure, perdendosi di vista
senza poterlo dire
e pensieri
come se ti pensassi.
Immagino l’immaginare: come se risucchiassi dei coriandoli
in un branco di vento che catturo
ed il suo pianto.
Immagino brughiere senza sfondo: uno specchio di stelle
e il mio se non morissi: una noia mortale.

 


fondo

kline-sketch
kline

Spingimi verso dove non ancora
ed insoluto lasciami
all’alba
alla mia sera
alle formiche
alle ciliege piccole
ai cavi cui mi appendo
vela di vento
amore
e al tempo
che sovrasta la vita se lo penso
e lentamente cado
rimanere
se fossi o fossi stato
domani scriverei poche parole
fondo
di un’enorme domanda
e rimanenza.
 
 


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