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La forma dell’informe

rothko

(Mark Rothko)

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la forma dell’informe

In un’epoca come la nostra dove tutto è merce e il discorso del capitalista (J. Lacan) domina le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto; in un’epoca come la nostra dove la tecnologia non è più servizio ma padrone e investe la nostra inconsapevolezza assimilandoci allo strumento di turno, l’arte – che dovrebbe costituire baluardo certo (d’incertezza) – è asservita a sua volta alla logica spersonalizzata e spersonalizzante della merce e si trasforma in oggetto di esibizione, di potere, di violenza contro il senso nascosto all’interno di uno stupore che non suscita più. Dove, all’interno dell’arte, un segnale di resistenza, un rimando a un altrove scomparso, a un senso sommerso che ci protegga dalla banalità del letterale; dove la meraviglia e il vuoto, da riempire di vissuto straordinario (al di là dell’ordinario)? Dovremo forse comportarci come quel personaggio di Bernhard che ogni mattina si recava al museo, sedendosi sempre di fronte allo stesso quadro (T. Bernhard, Antichi Maestri)? Sarebbe inutile: quel personaggio non ne traeva altro che l’inutile di se stesso e la ripetizione vuota della vita. Dove, allora, un moto di resistenza, se l’arte stessa si trasforma in espressione del banale, ripetitività e apologia della catena di montaggio (Warhol) in cui noi stessi siamo inseriti?
Eppure l’arte non è quello che la abbiamo fatta diventare; siamo noi che, con la nostra visione asservita, la riduciamo a quei termini minimi. L’arte allora reagisce. Come? Se osserviamo la sua espressione, ci accorgeremo che è vuota.
Si guardi, ad esempio, Hopper che, nelle sue tele, riproduce la paralisi del tempo e il nostro esservi invischiati senza averne coscienza. L’arte reagisce allora con la violenza di un’espressione diventata muta che comunque parla per chi la sa ascoltare. Il suo “altrove” si impone, proprio di fronte a noi che siamo “qui”, in un luogo strettissimo, del tutto insufficiente. Tuttavia, per rintracciare un “altrove” che rimandi a un senso occorre interrogare. Dove l’assente? Forse in una presenza che è soltanto apparente mentre, in realtà, restituisce altro. Si prenda Van Gogh, “fino al terribile quadro finale, l’autoritratto, l’ultimo, quello in cui Van Gogh è assente, ma in cui parlano in modo terribile le sue tracce che si scavano in esso” (F. Rella, Forme del sapere). La sua è una presenza “assente”, rivolta altrove, ma non verso l’infinito: ci ricorda la morte.
O si consideri l’opera di Kafka. Come scrive Adorno “Da nessuna parte in Kafka traluce l’aura dell’infinito, da nessuna parte si dischiude l’orizzonte. Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è significante. Le due cose non sono fuse, come vorrebbe il simbolo bensì separate da un abisso. E da questo abisso barbaglia il crudo raggio della fascinazione” (Adorno, Appunti su Kafka).
Dunque, arte rimanda a abisso. L’abisso non è riducibile a concetto; occorre una visione diversa. “Si considera un oggetto da molti lati diversi senza comprenderlo tutto – perché un oggetto preso in tutto il suo insieme perde di colpo il suo volume e si riduce a concetto” (Musil L’uomo senza qualità). Sembra allora che anche la presa di coscienza di un oggetto (artistico) sia insufficiente e ne stravolga il messaggio riducendolo ad un unico aspetto. Come procedere?
“… il saggio procede in questa resistenza al concetto frantumando l’oggetto stesso, frantumando ogni pretesa di totalità e compiutezza… L’oggetto verso cui il saggio si china viene scheggiato. La sua superficie è incrinata. Di lì esso si sporge verso chi lo interroga e di lì entrano in lui le domande che di fronte ad esso si sono generate. Le domande si incorporano così all’oggetto, ed è questo che ora ci interroga: interroga noi che lo interroghiamo” (F. Rella, op, cit.) Facile portare ad esempio Picasso e il movimento cubista, ma non escluderei neppure il trattamento della luce da parte degli Impressionisti.
Cosa ci chiede l’oggetto (dell’arte)? Di non ridurlo a cosa, a oggetto di mercato. Di ascoltarlo e, facendolo, ascoltare noi stessi, lasciandoci penetrare dalla sua incompiutezza per compierlo, generando in noi un vissuto significante che la coscienza tradurrà in significato. Da informale a forma e da immagine a parola.
Il potere costituito, oggi la finanza e il denaro, ha sempre tentato di assimilare l’arte ai propri canoni. I potenti della terra si sono sempre circondati di artisti da ridurre al proprio capriccio. Spesso ci sono riusciti, spesso no. Caravaggio ha dipinto il “sacro”, ma rivestendolo di un umano dissacrante che non si lascia ridurre a semplice contemplazione metafisica. Michelangelo è stato costretto a piegarsi al potere del papato, ma ha dimostrato, in un contatto ineludibile, che Dio ha bisogno dell’uomo per esistere.
Il potere, il Leviatano, pretende che l’arte vesta i suoi stessi panni e si lasci comprare. Spesso ci riesce . “Eppure, anche appese alle pareti di un museo, le opere di Francis Bacon o di Mark Rothko continuano a proporre un’altra storia rispetto alle narrazioni omologanti. La scarnificazione di Alberto Giacometti ci riporta comunque a un livello dell’umano abissale” (F. Rella, op. cit.) e dall’abisso, come abbiamo visto, sale una domanda che chiede di essere interrogata. Non ci si siede a contemplare un’opera o a leggere un libro; si lascia che essi ci contemplino e ci leggano, per quanto quell’operazione possa risultare “perturbante” (S. Freud), come sempre dovrebbe essere un dialogo.
In questa nostra modernità senza senso, che uomo siamo diventati? Deleuze risponde che siamo “macchine anonime, macchine desideranti, macchine molecolari e macchine del potere (F. Rella, op. cit.). Macchina allora l’arte, ripetuta meccanicamente, metodicamente, messianicamente sul dio senza nome della rete, in attesa di un consenso che non si rifiuta mai.
“E alla fine”, scrive ancora Rella citando Deleuze, “un processo di disumanizzazione: il gioioso divenire altro, il divenire inumano dell’uomo”.
Il moderno, con tutta la sua sterilità, non nasce oggi; si tratta di un processo lungo che viene da lontano e che qui non posso riassumere. Basti dire che “Benjamin, attraverso Baudelaire e la Parigi del XIX secolo è penetrato nella cultura e nei linguaggi del secolo XX, è ha proposto una visione della storia e del tempo e della redenzione di ciò che ci è stato sottratto, che ci si propone ancora oggi, nella nostra modernità estrema, come un compito” (F. Rella, op. cit.).
“L’arte chiude in sé, come un tempo anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinto a non esserne complici” (F. Rella, op. cit.)


Dove passano i giorni

Ora quest’uomo è sceso per la strada
ma non c’era bisogno di sollievo.
Distante l’orizzonte
aria di sole stava in mezzo ai campi
mentre tutto aspettava e qualche corvo
saliva e discendeva gli steccati
spighe
come funi di vento
mentre la luce frastagliava il mondo
a terra con i fiori.
Mi chiedevi se mi fossi ricordato
di salutare le pareti bianche, il letto, il tuo cuscino
le memorie rinchiuse nelle cose, le foto, le tue rughe, il passo lento
e le calligrafie dei tempi vecchi
quando tutto tremava, mi tremava la mano e le carezze
quando la notte
invano.
La terra poi girava mezza luna quando una faccia del pianeta dorme
e l’altra
mostra un volto accaldato
che detergeva il tempo fino a sera, la sera dopo e un’altra,
fino a sera.
Molti significati andati a male
quando restano i fatti
c’era aria di tempi accumulati di cui mancava ogni trascrizione
distante il tuo lontano, la mia mano.


Dell’insignificanza di significare

Ginevra non è nata in Cornovaglia, ma questo non ha alcuna importanza.
Riflettevo talvolta: nascere dove? Un pensiero stupido. Il punto è: nascere come?
O addirittura: come nascere? Ma si potrebbe aggiungere: nascere?
Bisognerebbe infatti domandarsi: cosa nasce? Quanto al “chi” è questione che afferisce agli anni. Spesso passano invano.
Dunque, si potrebbe non nascere pur essendo nati. “Cosa” nasciamo tutti. Quanto al “chi” è questione diversa. Inoltre, disseminata di molte sfumature.
Si può nascere molti e, senza dubbio, molti divenire. Dunque sfuggente chi sono stato o sono. Il chi sarò è un enigma.
Ma Ginevra non è nata in Cornovaglia. Neppure io. Come si spiega il fatto che l’ho amata?
Ah, certe volte la notte pone dubbi.
Scorrevano frattanto formazioni: inaudite stelle.
Nascere seme. E ripetutamente sorvolare terre adatte, inconsuete forme, a volte la pazzia. Nascere allora pazzo. Chi dice che non sia?
Sua sorella lo era ( di Ginevra, dico): Ofelia.
Pazzia come rifugio. Generalmente dal dolore. Non è che Ginevra se la passasse meglio.
Adesso non cominciamo con le solite storie, tipo nascere vento. Queste sono astrazioni da poeti. Io parlo di una cosa ben visibile: nascere cosa. Il punto è l’anima. Essa è indispensabile per nascere. Dunque, di nuovo: poeti.
Dicono di saperne qualche cosa: l’anima li fa scrivere. Sembra pertanto che per nascere bisogna essere scrittura.
Ah, miserevole il mio analfabetismo a_nimico. Chissà chi sta scrivendo.
D’altra parte lo sanno tutti: io sono nato cosa. E comunque non in Cornovaglia. Neppure in Messico, Afghanistan, Palmira. Ecco, forse lì mi sarebbe piaciuto: rivestirsi d’antico. Tradotto in termini cosali: sono morto. Siamo allora sicuri poi convenga nascere?
Diceva qualcuno: “essere per la morte”: questo delimita l’essere, gli conferisce concretezza. Giustissimo, Ma non mi sembra un programma appetibile. Tuttavia inevitabile.
Dunque capisco gli evitamenti, le fughe, l’ostinato dissimularsi in altre forme. Un fiore, una carota, un fatto ambiguo. Spesso un governo, o esponenti più o meno indecifrati. Spesso un movimento politico; sì, perché no; o un’epoca di scomparsa umanità.
Non serve: siamo fatti tutti della stessa sostanza originaria: solo la forma cambia. Il che vuol dire che muoiono anche le carote. Lo so, è poco poetico, ma è un fatto.
Nascono i fatti? Continuamente. Ma per favore, non restiamo ai vagiti, cerchiamo di capire: quello che manca è il significato. Dei fatti si può parlare all’infinito, ma che significano? Tuttavia, è impossibile negare, che certe persone (cose?) non significano niente. Un’epoca no; un’epoca significa sempre qualche cosa. A volte è meglio non dirlo in giro.
Occorrerebbe allora, nel lungo processo di trasformazione delle cose che sempre tali restano, nascere significato. Sì, mi sembra l’unica forma di garanzia. Difficilmente nasce un significato. Se avviene, è certo che non muore.
Ah, questa mia insignificanza di significare! Anche questo è morire. Dunque, esisto.


poco altro di me

van-gogh

un adagiato penso
come stare
dove succede il mondo
ed un’attesa appena di parole
senza significare
altro che solitudini di senso
mentre ti guardo intorno
e l’universo.


Baltico: piccoli pensieri sulla lingua ispirati da “Dall’esilio” di I. Brodskij

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“… il male, e specialmente il male politico, è sempre un cattivo stilista”.

 

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: ‘Vedi quella striscia azzurra di terra? È la Svezia’”. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).
Dall’esilio. E allora, “lontano da dove?” per parafrasare un famoso saggio di Claudio Magris. Dalla Russia? Dalla patria? da se stesso? O forse dalla lingua, quella lingua in cui era nato e che ha dovuto lasciare a causa di una violenza cieca e senza senso? Forse da tutte queste cose. Forse, però, quell’esilio non è stato soltanto una violenza insensata: è servito a ricostruire un senso profondo del se stesso e della lingua che con lui era stata esiliata.
La lingua è la vera protagonista di questo discorso di Brodskji, tenuto a Stoccolma in occasione dell’accettazione del Nobel. Ma cosa è la lingua, se paragonata all’ottusità del potere, di quel “cattivo stilista” che è lo Stato? Sembra che essa sia qualcosa che ci precede e ci sopravanza; qualcosa, dunque, di preesistente che tuttavia ci appartiene; qualcosa di comunque indispensabile, perché essa è “il più formidabile acceleratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo”.
Difficile non essere d’accordo, soprattutto se si pensa a un saggio di E: Cassirer, Linguaggio e Mito, nel quale l’autore fa dell’atto del nominare un’epifania capace di dare forma al mondo.
Tuttavia, chi frequenta la lingua, cade, nell’atto di scrivere, in una posizione estremamente scomoda. “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua s serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive”.
Come scrive Blanchot, “L’opera esige dallo scrittore che egli perda ogni ‘natura’, ogni carattere, e che, cessando di riferirsi agli altri e a se stesso con la decisione che lo fa io, diventi il luogo vuoto dove si formula l’affermazione impersonale” (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino, 1967, p. 41).

Uno stato apparente di non libertà, di dipendenza, quasi una compulsione che lega lingua e scrittore. È davvero così? “Questa dipendenza è assoluta, dispotica, ma è anche liberatoria. Infatti, pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé”. La lingua sopravvive allo scrittore; essa si esprime sempre.
Tuttavia, questa entità creatrice – la lingua – gode di una libertà relativa. Lo Stato ne condizion l’espressione. È forse lingua il linnguaggio burocratico? E’ forse lingua la menzogna, il fine di asservimento, il controllo poliziesco e quanto altro di assurdo lo Stato è capace di mettere in atto? Nella negazione della lingua e nel suo sforzo insensato di non esistere, lo Stato è comunque destinato a soccombere: “Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la relazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito”.
Se scrivere è un rapimento, un sia pur provvsorio appartenere a un Altro che ci scrive, un allontanarsi dallo svilimento del quotidiano cui la società e la massa statalmente organizzata ci rinchiudono, scrivere è un atto creativo di recupero, di riparazione dell’assurdo, nel tentativo di rendere l’insignificante significativo, almeno nel dialogo strettissimo tra scrittore e lettore. Un libro non è un atto autistico: è un dialogo, senza lettura non esiste. Scrivere è allora una dialogica di lontananze tra scrittore e lettore, tra sé e l’Altro da sé, un incontro impossibile vissuto, uno scambio profondo, un fare anima dell’anima che si incontra e entra in contatto con altre anime senza vederle, saperlo, conoscrle fisicamente. Scrivere è l’attuazione di un conosciuto non pensato che viene pensato e conosciuto dall’Altro ignoto che abita lo scrittore e che, nel tempo della lettura, sì incarna inconsapevolmente nel lettore. Scrivere è un tessuto del mondo; un significato trasversale e avvolgente che permette di esistere. Ma esistere esige uno sforzo.
A proposito di alcune poesie di Rilke, Blanchot scrive ancora:

“Il poeta ha per destino di esporsi alla forza dell’indeterminato e alla pura violenza dell’essere di cui non è possibile fare nulla, e di sostenerla coraggiosamente ma anche trattenerla in sé imponendo il ritegno, il compimento di una forma […] Ma compito che non consiste nel consegnarsi all’indeciso dell’essere, ma nel dargli decisione, esattezza e forma, oppure, come egli dice, ‘nel fare delle cose a partire dall’angoscia’” (M. Blanchot, op. cit. p. 122).

Qui Rilke, o se si vuole Blanchot, assume posizioni kierckgaardiane se non anche riferibili ad Heidegger, ma poco importa. Quel che conta è che scrivere è operare nel nulla, fare del nulla qualcosa di esistente: un linguaggio.

Come scrive Recalcati,

“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo.

Detto in breve, l’Altro della lingua abita lo scrittore, come luogo caotico e indeterminato.. La matrice profonda dell’inconscio, dunque, dove nulla esiste ma tutto è possibile. Per essere, l’Altro della lingua (inconscio) si rivolge all’Io cui richiede l’esistenza di una forma. Scrivere è allora un dialogo profondo con l’indeterminato che si presenta alla coscienza per esistere. Non riguarda soltanto lo scrittore, ma l’intero genere umano, nella misura in cui “scrivere” può avere molte facce ed espressioni, non solo nell’arte, m anche – e non ultimo – nel campo desertificato delle relazioni.
“In senso antropologico, ripeto, l’essere umano è una creatura estetica prima che etica. L’arte perciò, e in particolare la letteratura, non è un sottoprodotto dell’evoluzione della nostra specie, bensì prorio il contrario. Se ciò che ci distingue dagli altri rappresentanti del regno animale è la parola, allora la letteratura – e in particolare la poesia, essendo questa la forma più alta dell’espressione letteraria – è per dire le cose fino in fondo, la meta della nostra specie.
Temo soltanto in parte. Se lo fosse davvero, il mondo non sarebbe quello che è. Ma questa è un’altra storia.


verso un’alba di notte

Mia cara, nella trasposizione della vita verso un’alba di notte, provo a dirti di me, del mio disagio, sperando tu mi legga da un altrove distante dal mio luogo: un soggiorno che ignoro.
Una maledizione lenta si accavalla  e questa dispersione, a volte, diventa svogliatezza. Dunque un male peggiore, una strana vaghezza che cancella, come un lasciarsi andare, una deriva inutile, un messaggio non scritto. Un’assenza di forma mi consegna a un infinito simile allo zero, dove perdo i contorni del ricordo. Della luna , che spesso poggia al bordo del tuo seno, per mia malinconia.
Ciò che più pesa – non nascondo – è l’oltraggio al sapere. Alla dignità, alla vita, al senso di passare. Esser vivi non è cosa da poco: non basta uscire da un alveo di donna. Esser vivi è un mestiere – non è farina mia – ma lo è. Una professione d’aderenza, irrinunciabile, indicibile, spesso inservibile. Esser vivi è professione unica, spesso mai frequentata. Consiste nel donare consistenza a sé e all’Altro, intendendo con tale termine qualcosa come  il mondo. Che richiede visione. Dirò di più: esser vivi vuol dire fare Dio.
Eraclito insisteva nel passaggio: tutto scorre e traversa. Qualche cosa rimane, un’entità diversa da me stesso, che mi nega e mi veste. Spesso inservibile, ma scritta: credo si chiami storia. Fare storia è come fare anima: forma coscienza al mondo. Se ancora non è morto, credo sia questo Dio.
Heghel lo definiva Spirito, altri Volontà; altri ancora Potenza. Non c’è definizione. E’ un Essere che esiste nel passaggio, anche come scomparsa. Non sarà questo Dio? la mia sconfitta, il mio macello, il mio poterlo dire.
Ti parlavo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento?
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello che penso non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso e tuttavia, a volte intravedo il mio dire.
Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sfolla da me stesso. Questo spaesamento mi riduce a una richiesta inutile. Che non inoltrerò.
Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.


La notte di Parigi (tratto da “Determinanti psicologiche dello scenario siriano-iraqeno”, in Rivista Fermenti N. 243)

[…]
La scena vuota.

È sotto gli occhi di tutti come il tentativo di sostituire sul piano psicologico al Falso Padre un principio organizzativo significante (Padre Norma), capace di incanalare gli istinti in dimensioni simbolico-creative dotate di senso, sia miseramente fallito in tutti i paesi della così detta primavera araba. Forse il tentativo di liberazione cui abbiamo assistito non era veramente tale, nella misura in cui le culture di quei popoli lasciano facilmente sottintendere che al posto del satrapo si intendeva insediare un Ideale altrettanto astratto in quanto altrettanto fondato su un archetipo. Senza esserne consapevoli, a un Vuoto si intendeva sostituire un altro Vuoto, a un Assoluto un altro Assoluto. A quell’Ideale irrealizzato si è aggregata la valanga di chi già lo professa senza eccezioni in forme estreme (estremismo). Comunque, qualunque definizione si voglia dare, il fenomeno resta disgregativo e genera distruzione–autodistruzione e paranoia.
L’Occidente sazio, saturo, perduto nelle sue crisi economico–finanziarie e tuttavia ricco della sua enorme tecnologia non è stato in grado di prendere posizione. In linea con i dettami di quella difesa inconscia che definiamo “scissione”, esso ha ignorato fin quando ha potuto; quando non ha potuto più, si è dimostrato totalmente incapace di cogliere la natura del fenomeno ed elaborare una strategia per fronteggiarlo o, per lo meno, trattarlo in maniera sia pur minimamente sensata. Questo avrebbe significato mettere in discussione le proprie stesse credenze e il proprio stile di vita non esente da responsabilità (nel senso di mancanza di responsabilità) nei confronti dei fatti mediorientali e di quelli, ugualmente archetipici, alla base della nostra aridità economica/finanziaria, nella quale un Assoluto altrettanto arcaico, denominato Mercato, si è impadronito del nostro modo di intendere la vita. Come se non bastasse, molti occidentali hanno imbracciato le armi a fianco dell’Ideale Arcaico e sono andati a scomparire dalla scena del così detto reale per immergersi nello scenario del vuoto. Perché questo accada è necessario un enorme, catastrofico fallimento culturale; perché questo accada è necessaria la presenza di una infinita mancanza che si caratterizza come Vuoto esistenziale.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H, Kohut, “Psicologia del Sé e scienze dell’uomo”, in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

Nella crisi della ragione (Gargani) che ancora non ha trovato nuove forme di espressione, nel fallimento evidente della famiglia, delle idee e della società in generale, dei valori morali ed etici e di un senso condiviso, qualsiasi esso possa essere; nel tramondo non dell’Edipo (fase evolutiva dello sviluppo umano) ma del super-Io (fonte del senso di morale e responsabilità), ridotto a livello di cariche aggressive preedipiche ingestibili dall’io compromesso con l’inconscio; nel bisogno e nella mancanza derivanti dalla crisi del capitalismo cui abbiamo imnpropriamente attribuito il senso dell’esistere, ;nell’incertezza che essa genera e nel non senso diffuso che la vita, tanto materiale che spirituale, finisce con l’assumere; nella scomparsa persino di un’idea di futuro che nessuno è più in grado di prefigurare nell’apatia mortale del presente, la nostra società occidentale si configura come un enorme Vuoto. Periferie sterminate di megalopoli indifferenziate in cui tutti sono nessuno si aggirano orde di giovani frustrati cui tutto è stato sottratto e nulla viene offerto, neppure a livello di speranza. Essi vivono nel vuoto e l’assenza di politiche economiche e del lavoro appena apprezzabili, otre alla mancanza di trasmissione culturale di un senso generale dell’esistere, li svuotano di significatività, consegnandoli all’antistato della criminalità o all’esodo forzato verso qualche forma di “ismo” col quale essi si identificano per tentare di esistere, finendo invece col cadere nell’inesistente dell’arcaismo collettivo.
La nostra cultura meccanico–tecnologica–finanziaria, estremamente semplicistica e priva di accessi al simbolico significante ha ridotto il mondo e chi lo abita a un fatto di numeri e denaro. Il mondo potenzialmente rappresentativo dell’archetipo non ha contenuti significanti da rivestire, esperienze di linguaggio potenziale da trascinare verso elaborazioni creative di senso e di mondo. L’archetipo trova un vuoto e di quello rappresenta la non forma: l’Anima non è un numero o una cosa. Se si presenta come tale, tale sarà la rappresentazione e il mondo si ridurrà a uno scenario insignificante.
Nel fallimento degli oggetti–sé (immagini genitoriali e loro elaborazione), la struttura archetipica non viene compensata da una base di esperienze significanti e l’istinto dilaga, offuscando la rappresentazione del mondo con elementi Ideali atemporali. Abbiamo costruito un mondo desertificato di immagini significative e di intenti. L’archetipo di per sé è un reale limitato: senza una coscienza solida tesa a costruire senso si comporta come un istinto e aderisce agli ultimi dei che veneriamo. Mercato, Finanza, Economia svuotano la scena del mondo favorendo la costruzione di un sistema essenzialmente (quanto inconsciamente) votato a creare false sicurezze, Falsi “Padri” e “Madri”(fonte del sentimento nella diversificazione Io-Tu)) cui attaccarsi per scongiurare l’angoscia propria della precarietà dell’esistere. Uno scongiuro inutile che genera psicosi tramite l‘abbandono dell’economia reale a favore della speculazione sul debito e i titoli virtuali che, spesso, finiscono col non rappresentare più nulla di concreto se non la virtualità di un’economia avulsa dal mondo del lavoro umano.
Se l’uomo massa si disperde nella virtualità di linguaggi insensati, se nell’apparente concreto non desidera altro che cose, se la coscienza individuale non è pronta ad assumere in sé ed elaborare altre configurazioni vitali che permettano di esistere nel senso e nel significato di un linguaggio prospettico condiviso e fondato sul possibile del reale, essa inevitabilmente regredisce a stadi arcaici del sentire e del pensare e aderisce a forme idealizzanti mitico–religiose, quali esse siano che, in un modo o nell’altro, la invadono e formano l’illusione di attribuire un senso all’azione e uno spessore ideale al tempo mentre, in realtà. accade esattamente il contrario. Questo succede ovunque, tanto in occidente che in oriente.
Senza educazione delle emozioni – fondamento indispensabile per lo sviluppo della coscienza – compito che la famiglia, la scuola e la società in genere hanno ampiamente fallito (si veda, ad esempio, U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010), persino un Padre Falso Ideale Arcaico superegoicamente sadico e paranoicamente delirante sembra offrire qualcosa di meglio rispetto al vuoto immaginale dell’occidente incapace di andare al di là di uno sterile esaurimento nelle cose se non addirittura nell’irreale disperso di un mercato globalizzato che non è più aderente alle necessità dell’uomo. La nostra è un’eredità di vuoto fondata sul fallimento di risposte significative. Chi parte per la Siria o l’Iraq cade nella trappola astorica ed insignificante di un’illusione di senso per sfuggire il non senso in cui si trova; chi intraprende quel viaggio è perduto tanto quanto chi rimane in patria e si identifica con un numero e con la letteralità vuota di senso dell’esistenza che la nostra civiltà, al di fuori di rare eccezioni, ha costruito.
Persino un Nulla Ideale appare migliore del nostro Nulla Devitalizzato. Dove il nostro Nulla della coscienza offre soltanto uno scenario tragicamente vuoto, riempito dal silenzio della fine, l’archetipo si giova di tutta la forza dell’istinto da cui emana e la riveste di un’immagine arcaica Ideale, enfatizzata dalla sopravvivenza di emozioni e bisogni di riempimento infantili, capace di travolgere e affascinare la coscienza che ne resta abbagliata. La così detta numinosità dell’archetipo non è un qualcosa di estetico–mistico da ricercare e seguire, ma un pericolo mortale. La vita (e la morte) di molti mistici ne sono esempio eclatante, come ne sono esempio tutti gli scempi compiuti in nome di una qualche “Idea” propugnata dal Falso Padre Ideale di turno, che è stata capace di affascinare intere popolazioni ed epoche, non ultimo il “misticismo” nazista.
Lo scenario cui assistiamo è scenario di fuga; si tenta di evadere dal vuoto del non senso del tempo e del linguaggio e dal silenzio delle relazioni cercando scampo, ad esempio, nell’alcool, nella droga o in “idee” arcaico–deliranti capaci di anestetizzare il dolore generato dal vuoto di risposte e di affetti. Il nutrimento che sazia la mancanza non è il “mangime” delle cose (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia bulimia, B. Mondadori, Milano, 2010), la sola attenzione ai beni materiali, ma la capacità di ascoltare i bisogni umani e di rispondere sul piano di un accoglimento capace di creare significati, in modo che la fame non resti a livello del corpo, ma diventi un “sapere”, una possibilità di pensare un pensabile che invece resta ignoto perché vissuto solo al livello dell’onnipotenza dell’Ideale – quale esso sia, persino virtuale, persino espressa attraverso l’orrore di esecuzioni barbare nelle quali l’arcaismo selvaggio si esprime attraverso rituali che dell’istinto sono espressione. Jung scriveva che una cosa è il confronto con l’ Ombra personale, e cioè gli aspetti inconsci di sé che l’unilateralità della coscienza non riesce ad accettare, altro è porsi di fronte al Male in sé, cioè la Grande Ombra collettiva della specie, capace di comportamenti selvaggi che l’uomo moderno, nella sua miopia, non riesce neppure a concepire e di fronte alla quale la coscienza è del tutto impotente. Non inganni la modernità dei mezzi di cui l’archetipo si giova nel dare forma a rituali di morte: una dynamis priva di coscienza spinge da un Nulla a un Nulla. Non ci sarà risposta.

APPENDICE (13/11/2015)
Nella notte di Parigi c’ero anch’io. Non il mio corpo, ma il mio simbolico appartenere a un’espressione del mondo, un luogo-Anima quale Parigi è; Parigi, dove gran parte della cultura occidentale si è espressa nei simboli dell’arte e dell’espressione culturale, da Van Gogh a Picasso, dagli Impressionisti al Postmoderno e dove ogni scrittore ha voluto essere presente, almeno una volta nella vita, per respirarne la valenza simbolica di continuità di un’espressione eterna ma cangiante, mai simile a se stessa, dirompente, dilavante, trasformante, come sempre il simbolo è. Questo è stato colpito; questo si è tentato di uccidere in quei poveri morti. La bestialità ha una sua intelligenza ignota; non comprende ma percepisce e, a un qualche livello, individua le sue mete. Chi ha colpito non aveva la minima idea di quel che realmente faceva, ma lo ha fatto: oggi c’è meno Anima nel mondo.


dopo gli ultimi fatti

 
 

Allo stato attuale delle denunce
non parlo più con te
piccolo miserabile assassino
disperso indifferente
senza alcuna ragione
nell’angolo di latte delle stelle.
Se si potesse oltre l’immaginale
risalire al limite dell’aria
e percepirti intero
nel tempo atemporale che ti avvolge
non sentiremmo altro che uno strepito
di fatti ripetuti senza storia
come una sola pagina riscritta
se tu sapessi farlo
ed infinitamente ripetuta
mentre i significati
restano sempre un margine indistinto.
La tua chimica breve
scorre
senza partecipazione di un intento
che rivendico
mentre per te la vita è un’opzione
sempre sostituibile
specie
prive dell’Uno e ignare
della sacralità di stare nella vita.
Tu mi colpisci gli anni e negli affetti
ma non ho fiato per la tua asfissia
né posso
considerarti più di un incidente:
ho già le mie amarezze.

Padre relitto non ho più i tuoi quadri
e la casa è un pensiero
dove mi reco sera dopo sera
ad incontrare forme di richiesta.
Ultimamente
in uno di quei sogni fatti all’alba
qualcuno mi assegnava la custodia
di un campanile accanto ad una pieve
azzurra
con le pareti a stelle
piccola un po’ nascosta senza voce:
sta lì, come un’attesa.
E la casa
generazioni e addii
madri strette a un rosario
anni trascorsi a rotazione intensa
sullo stesso selciato
e gli occhi
dove si specchia il mondo
se si riflette su un riflesso vago.
C’era generazione di costanza
e l’alba
somigliava a un tramonto.
Restavo
come fossi un silenzio
scritto
nella malinconia.

 
 


a proposito dell’uomo senza inconscio

 
guernica[1]

 

 

Un testo su linguaggio e silenzio, significato e insignificanza, soggetto e sua tragica mancanza; questo L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010) . Nell’epoca ipertecnologica nella quale viviamo, che rischia di diventare nient’altro che un tecnicismo (meglio sarebbe dire meccanismo), Recalcati rivisita la psicopatologia della nevrosi, dichiarandone la scomparsa. La sua dichiarazione di perdita di un soggetto dell’inconscio può lasciare perplessi. Siamo infatti abituati a identificare il soggetto con la coscienza e a chiamarlo, inequivocabilmente “io”. Tuttavia non è così. L’inconscio è infatti un soggetto che esprime e che, attraverso il linguaggio del sintomo, proposto dal ritorno del rimosso, pone ricerche di significati che la coscienza, se ascolta, dovrebbe attribuire. Oggi non più. Nella ricerca compulsiva di soddisfazioni letterali demandate al mondo inanimato e muto delle cose, che il capitalismo perversamente ripropone per mantenere in vita il suo sistema aberrante, la domanda a essere, che il soggetto dell’inconscio (e non) propone, cade in una trappola luminosa, luminescente, ma non illuminante, nella quale si sperde. L’inconscio, allora, non è più un luogo del linguaggio e torna a essere semplicemente Es, dinamica pulsionale ripetitiva e cieca che tende a un godimento fine a se stesso e senza senso, in cui non esiste spazio di riflessione. Se la nevrosi, attraverso l’opera del rimosso, è condizione umana capace di parlare, la perdita di quel linguaggio, reso muto dalla cecità ripetitiva dell’Es desiderante, consegna l’uomo alla psicosi, espressione di caos indifferenziato in cui il soggetto smarrisce il senso di se stesso, riducendosi a “fatto” incapace di parlare. Non più linguaggio, dunque; questo afferma Recalcati: solo passaggio all’atto e alla sua insignificanza, nella ripetizione di un godimento che non dice. Su queste premesse, Recalcati passa in rassegna quelle che definisce nuove patologie della nostra epoca, legate all’immediatezza compulsiva della soddisfazione e all’evidenza del corpo, che era base di identificazione soggettiva, oggi spesso elevato a feticcio. L’anoressia allora si impone sulla scena col suo linguaggio muto che non dice altro che un bisogno insoddisfatto che si traduce in desiderio di morte. Spesso trattata dalle famiglie con il “mangime” delle cose, l’anoressia resta “mortale” nella misura in cui non è di cose che l’anoressica ha bisogno ma di recupero di senso, che non è nel cibo rifiutato e che la madre invece dispensa nella letteralità di un reale insensato.
Nella stessa ottica di non senso imperante Recalcati tratta anche la bulimia, gli attacchi di panico, le tossicomanie, le depressioni, alcuni aspetti della paranoia e tutte le forme di dipendenza patologica. La clinica proposta è una clinica non più delle nevrosi ma delle psicosi: “Nella psicosi non c’è infatti rimozione, dunque realizzazione simbolica del soggetto dell’inconscio, ma un ritorno direttamente nel reale di ciò che non può essere simbolizzato. Diversamente, nella clinica delle nevrosi il reale del godimento subisce un trattamento preliminare attraverso l’operatività della metafora paterna […] il suo risultato è una castrazione del godimento (della madre) che apre simbolicamente il luogo del soggetto come luogo differenziato, separato, come luogo possibile del desiderio” (p. 277). Prego considerare che la madre sottratta al godimento non è la madre reale, ma la condizione inconscia di indifferenziata onnipotenza narcisistica di cui il paziente è prigioniero. Allo stesso modo, la metafora paterna (il Nome del Padre) va letta come significato soggettivo, sempre possibile e da recuperare nel corso del trattamento.
Al di là del testo, non è difficile riconoscere gli effetti di una psicosi sociale dilagante nella nostra inammissibile quotidianeità. Se la politica e le istituzioni non esprimono che urla rabbiose e indifferenziate, particolarismi, senso di onnipotenza e comportamenti lesivi del bene pubblico, se le grida disarticolate di chi muore nell’ennesimo atto di violenza cui la cronaca ci ha tragicamente abituato, con effetto di anestetico disarmante, se il godimento consumistico, l’edonismo e il non senso tossico in cui i giovani si dibattono, se rivolte e guerre fratricide dettate da arcaismi intolleranti e volontà inconscia di sopraffazione di un “Altro” sempre scomodo e detestato sono sotto gli occhi di tutti, l’epoca in cui viviamo è soltanto espressione di un drammatico silenzio della psiche dove Thanatos dilaga e senso e significato escono silenziosamente dalla scena del mondo.


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