Archivi tag: società

leader patologico e patologia della massa

 

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. H. (Kohut, “Potere, coraggio e narcisismo” Astrolabio, Roma,1978, pp. 102-103)”

Adesso pensiamo agli ultimi 30/35 anni (ma si potrebbe risalire a molto prima) fino a oggi, ovviamente compreso. Se vi va, allargate l”occhio anche fuori dall’Italia e perché no, dall’Europa. Quindi, cercate un altro pianeta (ovviamente dopo opportune indagini preliminari sui leader del posto).

Nota. Lo studio di Kohut da cui è tratto il brano si riferisce a una sua indagine sulla nascita del nazifascismo.
In termini meno tecnici, si potrebbe dire con Sciascia che quando gli imbecilli si alleano con i furbi bisogna stare attenti:: il fascismo è alle porte.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

PDF free download

 

 

il disagio del disagio

 


il declino dell’Impero del Nulla

copertima-imperoDa Freud a Lacan, da Jung a Bollas, da Eraclito a Severino, attraverso gli strumenti della psicoanalisi, della filosofia  e dell’economia, l’autore si incammina lungo le contraddizioni  e le patologie del nostro tempo, nel fluire involontario del desiderio e dei suoi aspetti “mortali”, nel tentativo di elaborare quella che si presenta come una vera e propria angoscia di vivere e rispondere al bisogno  di base espresso dalla domanda a essere.

 

Introduzione

Le riflessioni alla base di questo testo nascono da osservazioni cliniche all’apparenza contraddittorie, quando non paradossali. L’anoressia, ad esempio, ne stimola alcune. Non si capisce, infatti, perché qualcuno che ti consulta per guarire dichiara invece con ogni suo pensiero e gesto di non volere altro che morire, trasformando una richiesta di vita nel suo contrario.

La duplicità del nostro essere e la sua doppia intenzione entrano nella stanza di consultazione manifestando intenti contraddittori attraverso dichiarazioni e comportamenti antitetici che non possono non suscitare stupore. Come osservava Freud, sembra che i pazienti non vogliano guarire; allora perché lo chiedono? La richiesta assume veste duplice perché spesso tale è la personalità e le intenzioni non sono convergenti. Lo stesso inconscio si mostra profondamente bipartito e, accanto al linguaggio del rimosso, che ritorna per essere ascoltato e decifrato, presenta un volto muto, duro, irraggiungibile da ogni discorso, apparentemente privo di senso e di significato, che se mai significa qualcosa è proprio non significare. Questo aspetto profondo non è riducibile a dialoghi di civiltà; non prova alcun disagio, si ripete coattivamente e persegue strade spaventose, perché ogni suo passo tende verso la morte. È un aspetto che non parla ma si rende visibile. Come scrive Recalcati:

Fenomeni inquietanti di attacco e di sregolazione pulsionale del corpo, tendenza suicidaria, pratiche di godimento compulsive e dissipative, esperienze di angoscia senza nome, violenza, aggressività, comportamenti a rischio che attentano la conservazione della vita, incentivazione eccessiva delle stimolazioni, somatizzazioni, disinvestimento libidico, ritiro autistico e disinserzione dai legami sociali, godimento mortifero del vuoto, apatia narcisistica, indifferenza verso la vita, sono tutti indici dell’azione distruttiva della pulsione di morte che la clinica delle psicosi illustra esemplarmente. (Recalcati, 2010, p. 21).

Questi fenomeni di chiusura totale alla vita, evidentissimi in condizioni patologiche gravi come anoressia e narcisismo, sconcertano chi ascolta che, tuttavia, non può esimersi dall’ascoltare e interrogarsi sulla mancanza di apparente senso insito nella comunicazione che riceve.

Al di là dell’inespressività di quel che viene espresso, la vita stessa che viene raccontata suscita perplessità. È come se le persone fossero appiattite in posizioni di assoluta passività, in cui tutto viene recepito e subito acriticamente, senza alcun moto, segno, espressione di risposta personale. Si accetta l’inaccettabile, si subisce l’indecentemente irricevibile senza alcun senso di disagio, anzi spesso aderendo, e con ciò confermando, quel che qualsiasi senso etico individuale non potrebbe mai avallare. Un’egosintonicità allarmante inquina il senso del soggetto. “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista al discorso comune” (Recalcati, 2010, p.23), tanto da far sospettare che la pulsione mortale operi in vasti campi lasciati liberi dalla latitanza del soggetto.

La civiltà opulenta e ipertecnologica in cui viviamo appare assediata dall’angoscia. Ricchezza e tecnologie non sembrano mezzi validi per arginare ciò che, nonostante tutto, si presenta come un vero e proprio mal di vivere. Quello che non garantiscono ricchezza e tecnica, che implicano conoscenza, sembra paradossalmente raggiungibile grazie all’ignoranza. Ignorare come unico rimedio e il lassismo dilagante, la falsa coscienza, l’insensibilità e l’anaffettività, l’egoismo solipsistico di cui ci circondiamo rappresentano barriere contro l’angoscia che tuttavia non riescono a impedirci di provare. Vivere a occhi chiusi non basta.

Se questi rimedi sono insufficienti e la domanda a essere rimane insoddisfatta, bisognerebbe forse almeno provare a chiedersi perché ci uniformiamo, conformiamo, spersonalizziamo, informiamo la nostra relazionalità di transazioni di tipo bancario, quando non ci chiudiamo in una solitudine sorda quanto estrema, ai limiti dell’autismo affettivo; trattiamo i moti irriconosciuti dell’anima con un far di conto da ragionieri in cui i conti non tornano mai; trasformiamo l’amore e la relazionalità in sfruttamento o lasciamo che regrediscano a livello animale; o ancora, chiederci usando le parole di Marx, perché “Le persone esistono qui l’una per l‘altra soltanto come possessori di merci o come rappresentanti di merci. E quindi solo come maschere economiche, come personificazioni di rapporti economici, esse si trovano l’una di fronte all’altra (Marx, 1867-1883, pp. 117-118). Che, come si noterà, non è domanda ma chiara affermazione.

Questo bisognerebbe provare a chiedersi, ma l’angoscia perennemente rigettata non lo consente, come non permette altre forme di interrogazione, rendendo il nostro linguaggio esiguo se non muto, riducendo il significato a opzione troppo spesso trascurabile.

Domandare significa chiedere, ma la nostra società è soltanto capace di pretendere. Una pretesa cieca, assoluta edonistica quanto inutile si rivolge a un benessere impossibile che la coscienza persegue unilateralmente senza, in realtà, domandare mai. Senza dialogo, dunque, perché la risposta voluta è già data e ha il suono ottuso della negazione. Per provare a ipotizzare risposte dovremmo concentrarci sulla forma di coscienza che nega. Per questo non negare e accettare di addentrarci nei luoghi frequentati dal non senso dove tutto sembra sfumare e tuttavia esiste una possibilità di rappresentazione, dunque di formulare risposte.

(di prossima pubblicazione)

 

 

 

 

 

 

 


dell’essere e altre mancanze

 

(Paul Klee - The sick  heart)

(Paul Klee – The sick heart)

 
 
[…]

Fammi andare dal non essere all’essere. In quest’epoca di disperata dispersione in cui mi è dato vivere, fammi essere, esistere, resistere, almeno nel senso di mancanza.

 

su L’EstroVerso 2013 Anno VII – N. 4 novembre-dicembre

http://www.lestroverso.it/?p=5406

 
 


come quando è di nebbia

 

(Caravaggio, La Deposizione di Cristo)

(Caravaggio, La Deposizione di Cristo)

 

 

Neppure era finita: notte. Il sogno mi ha svegliato, come per compagnia; non è chiaro di chi a chi. Quando sogni il tuo sonno e cerchi una casa per dormire, e scegli, tra le tante che attraversi, una stanza chiusa, raccolta, priva di finestra, allora scrivi, come per compagnia, ma la voce che torna dalle righe non consola e insinua un certo senso di tristezza. Rassegnazione, anche; che non ti dice altro che lo specchio. Allora non scrivi più, che non ce n’è bisogno: perché sei solo. E tra poco neppure.
Tra tutta questa fine che c’è intorno, ti ci senti confuso. Finitudine; non finezza: finire. Una calma irreale, priva di apprensione; e tuttavia cerchi un’alternativa. Ti chiedi come: impossibile dirlo. Soltanto congetture, del tutto inutili, come quando è di nebbia; non troppo lontana.
Ti viene da pensare che quel sogno potrebbe rappresentare l’immagine del senso di finito che circonda, dell’insoddisfazione, della fatica, la vanità dilagante in una realtà sempre precaria, fatta di poco, quando non di nulla, colma di informe, assenze, compulsioni contraddittorie, come fuga e possesso, e lo sforzo che fai per sopportare e dare un senso a ciò che non ne ha, quando tutto è valore monetario e non si avverte la mancanza d’essere. Ti viene da pensare allo spettacolo desolante dei giovani che hai intorno, al loro menefreghismo da sopravvivenza, alle famiglie narcotizzate perché terrorizzate da cui i ragazzi fuggono per non sentirne il vuoto, senza sopravvivere neppure un’ora nell’alcol, psicofarmaci, sostanze… Dove tentano di andare? Sempre lontano da sé. È il sé che pesa, perché manca e la mancanza ha un peso insopportabile.
Ti viene da pensare allo schifo e all’assenza di cura di una politica infame, sempre incapace, maledetta e idiota nel tentativo di salvare un ladro invece di aiutare chi ha bisogno. Una politica che non è polis, che sfrutta le nostre tasse per mantenere l’apparato di cui si nutre, nutrendolo, in un circolo vizioso mortale dove Thanatos sguazza.. Tutto il resto può anche andare a fondo! Quando sai benissimo che, comunque, il fondo è dietro l’angolo e difficilmente eviteremo tempi disperati. E ti fa rabbia, ti addolora vedere come non si possa fare nulla e chi forse potrebbe almeno rallentare il processo pensa soltanto ad ingoiare soldi e, pur di recuperarne, affossa una nazione e molte altre accanto, quando non si ammazzano da soli. E qualcuno mi spieghi perché; anzi no, che non lo sapete, mentre io lo so ma non lo dico.

Stanco di fiori sotto i piedi magri
frequentare società segrete
corsi d’architetture sovrapposte
o lettere e pittura
busso la porta scalza e senza saio
mi bagno nella cenere spremuta
di pensieri violati
mentre mi incalza il freddo di sapere
la tua fragilità d’ala sfibrata
indissolubilmente come notte.
Tu non mi scrivi più
per questo chiudo
le lettere passate in una cassa
messa a disposizione
da una sorella
amara
affetta da zoppia
priva di vista
e sassi nella tasca a appesantire
la cadenza dei passi
e tuttavia disposta ad ospitare
la mia voce spezzata
dentro il silenzio fondo della casa
d’affitto
di secoli selvaggi e consegnati
al sapore del nulla
dove assuefatto accedo
suoni
di falsità e di vuoto.
Non tu che insisti
e la minestra che mi porgi sciapa
riempita gusto amaro del mio sale
che assaggi
quando sorridi ombra
dal cappuccio calato sopra gli occhi
che non conosco il viso né vedrò
altri pensieri
o non concessa forma.
Solo la compagnia dove restiamo
ciechi dell’altro
e fraintendimenti non chiaribili
dentro la negazione che cancella
o la ripetizione di passati
tempo fatica
di mantenere accesa
la candela
che nutro e curo
nella speranza che almeno non finisca
il computo
sola certezza ambigua
nel vuotatoio d’anima del mondo.

Questa civiltà occidentale, cui inderogabilmente appartengo, si sta dissolvendo. Tremila anni di sforzo di coscienza, sapere e arte vanno in fumo. Tremila anni di percorsi potenti, sospinti da simboli profondi, con la coscienza che dipana senso, ricercato e trovato, da fatti altrimenti inutili che appartengono al caos dell’informe; tremila anni, dalla fine del tardo bronzo all’inizio dell’età del ferro ad oggi, tremila anni di me, delle mie radici, della cultura su cui mi fondo e che di me rappresenta indissolubile parte, stanno evaporando: mi addolora vederne la fine. Non la voglio vedere. Non la vedrò, ma so. Non si frequenta il pozzo della bestia; privi di argini, sale, e non c’è più nessuno. La dissoluzione della Cosa fa il suo mestiere – ovvero non fa nulla – perché glielo lasciamo fare. Il nulla che rimane mente: perché non c’è. Dunque non ha parola e nel silenzio rombante dell’assenza quello che ami sfuma. E il mondo. Ecco, qualcuno cade; adesso io. Ci vorrebbe una mano.
Dal monastero dei crepuscolari, luogo d’incerto forse sottomondo dove il cielo si staglia dentro il mare e l’onda sale oltre la collina e gli alberi, cime di folto bosco e dubbia soglia. Stelle sparse.

È venuto un fratello
ma non vuole
ed ostinatamente ignora
sospensioni.
Non mangia, tranne che poco sale;
passa le notti accanto a una candela
che tiene viva
rigenerando luce
dal fluire di cera
dove raccoglie l’attimo
tremore
sempre insicuro e scarso.
Dice che affitto il corpo
e il suo che ha già perduto
tranne che pochi lacci con cui lega
le gambe al tronco
e la testa sul collo
retta da ganci sparsi
all’anima perduta.
Lunare nel pallore e senza fede
mi occupa.
Consento per pietà
ma temo
per la casa e la sera
sole che ignora luna
e viceversa.
Stelle sempre.
Vive d’altro
e nega le stagioni
che il mio mantello cela ed assopisce
quando m’adagio notte sopra gli occhi
trascino
tutto il fondo del mondo.
Non ha peso la fine e senza scampo
lui divora la fame
d’essere
mentre consuma
e inavvertitamente mi stordisce
dilapidando quello che non sono
e non recupero: l’impossibile.
Se il Padre gli parlasse
non lascerebbe tracce interminate.
Io non ho modo
aspetto
che lui si volga
aspetto
che qualcosa si compia.

 
 


a proposito dell’uomo senza inconscio

 
guernica[1]

 

 

Un testo su linguaggio e silenzio, significato e insignificanza, soggetto e sua tragica mancanza; questo L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010) . Nell’epoca ipertecnologica nella quale viviamo, che rischia di diventare nient’altro che un tecnicismo (meglio sarebbe dire meccanismo), Recalcati rivisita la psicopatologia della nevrosi, dichiarandone la scomparsa. La sua dichiarazione di perdita di un soggetto dell’inconscio può lasciare perplessi. Siamo infatti abituati a identificare il soggetto con la coscienza e a chiamarlo, inequivocabilmente “io”. Tuttavia non è così. L’inconscio è infatti un soggetto che esprime e che, attraverso il linguaggio del sintomo, proposto dal ritorno del rimosso, pone ricerche di significati che la coscienza, se ascolta, dovrebbe attribuire. Oggi non più. Nella ricerca compulsiva di soddisfazioni letterali demandate al mondo inanimato e muto delle cose, che il capitalismo perversamente ripropone per mantenere in vita il suo sistema aberrante, la domanda a essere, che il soggetto dell’inconscio (e non) propone, cade in una trappola luminosa, luminescente, ma non illuminante, nella quale si sperde. L’inconscio, allora, non è più un luogo del linguaggio e torna a essere semplicemente Es, dinamica pulsionale ripetitiva e cieca che tende a un godimento fine a se stesso e senza senso, in cui non esiste spazio di riflessione. Se la nevrosi, attraverso l’opera del rimosso, è condizione umana capace di parlare, la perdita di quel linguaggio, reso muto dalla cecità ripetitiva dell’Es desiderante, consegna l’uomo alla psicosi, espressione di caos indifferenziato in cui il soggetto smarrisce il senso di se stesso, riducendosi a “fatto” incapace di parlare. Non più linguaggio, dunque; questo afferma Recalcati: solo passaggio all’atto e alla sua insignificanza, nella ripetizione di un godimento che non dice. Su queste premesse, Recalcati passa in rassegna quelle che definisce nuove patologie della nostra epoca, legate all’immediatezza compulsiva della soddisfazione e all’evidenza del corpo, che era base di identificazione soggettiva, oggi spesso elevato a feticcio. L’anoressia allora si impone sulla scena col suo linguaggio muto che non dice altro che un bisogno insoddisfatto che si traduce in desiderio di morte. Spesso trattata dalle famiglie con il “mangime” delle cose, l’anoressia resta “mortale” nella misura in cui non è di cose che l’anoressica ha bisogno ma di recupero di senso, che non è nel cibo rifiutato e che la madre invece dispensa nella letteralità di un reale insensato.
Nella stessa ottica di non senso imperante Recalcati tratta anche la bulimia, gli attacchi di panico, le tossicomanie, le depressioni, alcuni aspetti della paranoia e tutte le forme di dipendenza patologica. La clinica proposta è una clinica non più delle nevrosi ma delle psicosi: “Nella psicosi non c’è infatti rimozione, dunque realizzazione simbolica del soggetto dell’inconscio, ma un ritorno direttamente nel reale di ciò che non può essere simbolizzato. Diversamente, nella clinica delle nevrosi il reale del godimento subisce un trattamento preliminare attraverso l’operatività della metafora paterna […] il suo risultato è una castrazione del godimento (della madre) che apre simbolicamente il luogo del soggetto come luogo differenziato, separato, come luogo possibile del desiderio” (p. 277). Prego considerare che la madre sottratta al godimento non è la madre reale, ma la condizione inconscia di indifferenziata onnipotenza narcisistica di cui il paziente è prigioniero. Allo stesso modo, la metafora paterna (il Nome del Padre) va letta come significato soggettivo, sempre possibile e da recuperare nel corso del trattamento.
Al di là del testo, non è difficile riconoscere gli effetti di una psicosi sociale dilagante nella nostra inammissibile quotidianeità. Se la politica e le istituzioni non esprimono che urla rabbiose e indifferenziate, particolarismi, senso di onnipotenza e comportamenti lesivi del bene pubblico, se le grida disarticolate di chi muore nell’ennesimo atto di violenza cui la cronaca ci ha tragicamente abituato, con effetto di anestetico disarmante, se il godimento consumistico, l’edonismo e il non senso tossico in cui i giovani si dibattono, se rivolte e guerre fratricide dettate da arcaismi intolleranti e volontà inconscia di sopraffazione di un “Altro” sempre scomodo e detestato sono sotto gli occhi di tutti, l’epoca in cui viviamo è soltanto espressione di un drammatico silenzio della psiche dove Thanatos dilaga e senso e significato escono silenziosamente dalla scena del mondo.


terra silenzio

(già pubblicato su Fermenti, n. 239/2013)

Il mondo che abitiamo ha assunto spesso l’aspetto di un deserto. Basta pensare alla Terra “palla di neve” effetto di antiche glaciazioni che la geologia ci ha insegnato a conoscere, o al pianeta di sabbia che il deserto senza posa crea grazie anche alle variazioni climatiche, o ancora alla terra deserto d’acqua dell’immaginario mitologico che si riferisce al così detto diluvio universale. Il deserto cui intendo riferirmi è invece un deserto di parole, una “terra silenzio” spogliata di ogni significante e dunque priva di significati, un luogo che non parla che una lingua muta che nulla significa se non l’assenza che silenziosamente esprime.

La civiltà silente in cui abitiamo e che abbiamo costruito prima di ammutolire era espressione di duplicità. Lacerata dal conflitto tra natura e cultura provocato dallo sviluppo della coscienza egoica, la nostra civiltà “disagiata” viveva nel disagio creativo di quella che si presentava come unica condizione esistenziale, scomoda ma possibile. Sempre mal sopportata dal soggetto che ricerca il godimento, questa cultura sublimante e figlia della sublimazione è oggi soppiantata da una diversa forma di civiltà intollerante alle difficoltà dell’esistere, al punto da precipitare inconsapevolmente nella “comodità piacevole” del nulla.
Apparentemente viva, colma di benessere e piacere, dispensatrice di sapere e tecnologia, la civiltà attuale è specchio di quella forma di appiattimento psichico che si definisce psicosi, laddove con questo termine si indica una totale frattura del soggetto con la realtà oggettiva o, il che non cambia, un’identificazione adesiva acritica con la stessa con conseguente annullamento della realtà interiore.
Alla base del problema rintracciamo la dinamica desiderio-Legge dove, con questo ultimo termine, intendo riferirmi alla castrazione simbolica operata dal Padre Norma, mentre parlando di desiderio il mio rinvio è a Eros. Eros non si rivolge mai ad oggetti materiali individuati, a cose, ma è invece anelito e allusione.
Nella sua revisione del freudismo, Lacan afferma che ogni desiderare è figlio di mancanza, una mancanza che non si riferisce a oggetti perché Eros non si appaga nell’uso e nel possesso di cose. Eros rimanda allora a una condizione esistenziale di base: esso è mancanza d’altro che potremmo individuare come mancanza a essere e il suo è desiderio di esistenza. Tra desiderio e Legge non esiste allora contraddizione o conflitto, perché è proprio la Legge simbolica del Padre che, impedendo l’immediatezza del godimento, fa sì che Eros possa desiderare la mancanza. La castrazione del moto cieco pulsionale verso l’evidenza illusoria dell’oggetto rende possibile il passaggio del desiderio al piano simbolico del significato e dunque del linguaggio. Questo spostamento culturale sembra perduto, come se la nostra civiltà si fosse “deculturalizzata” consegnandosi al regno dell’immediato, ad un’adesione cieca all’atto rivolto al puro godimento senza la necessaria pausa della riflessione.

Reflexio significa ripiegamento, e nell’ambito psicologico si definirebbe con questo termine il fatto che il processo del riflesso, il quale convoglia lo stimolo nello scarico istintuale, è interrotto dalla psichificazione. I processi psichici esercitano un’azione attrattiva sull’attività che procede dallo stimolo in conseguenza dell’intromissione della riflessione, cosicché l’impulso viene deviato in un’attività endopsichica prima di scaricarsi all’esterno […]
L’istinto della riflessione è ciò che costituisce l’essenza e la ricchezza della psiche umana. La riflessione modella il processo di stimolazione e ne guida l’ìmpulso in una serie d’immagini, la quale infine, quando l’impulso è sufficientemente intenso, viene riprodotta. La riproduzione […] si verifica in forme diverse: o come espressione linguistica diretta o come espressione del pensiero astratto, come azione rappresentativa o come comportamento etico, come ritrovato scientifico o come rappresentazione artistica […] la riflessione è l’istinto civilizzatore “par excellence”, e la sua forza si palesa nell’affermazione della civiltà di fronte alla nuda natura.
(C.G. Jung, “Determinanti psicologiche del comportamento umano”, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976, p. 136).

Se diamo credito alle parole di Jung, la civiltà in cui viviamo ha perduto il suo slancio creativo, regredendo a uno status di “natura” dove la psiche cessa di rappresentare e dunque manca il riflesso del senso soggettivo di esistenza. Questo discorso potrebbe essere continuato in molti modi, ricorrendo alle metafore junghiane del simbolo, o al linguaggio lacaniano della perdita del Nome del Padre o alla dinamica freudiana Eros-Thanatos. Sarà opportuno evitare troppi riferimenti diversi per non confondere il piano già abbastanza astratto del discorso.
L’idea di base è che il campo di coscienza viene seriamente infiltrato da elementi che definiamo regressivi in quanto arcaici, una specie di “diluvio universale” istintuale che allaga la coscienza riconsegnandola all’Inconscio da cui si è differenziata. Occorre tuttavia specificare cosa si intenda con il termine Inconscio o, per meglio dire, visto che il significato di quel termine lo conosciamo bene o male tutti, la domanda riguarda una specificazione poco dibattuta: quale Inconscio?
Questo ci fa già capire che Inconscio non è termine univoco ma può rimandare a raffigurazioni diverse della mente non cosciente. Freud pose il problema nel ’22, quando in Al di là del principio di piacere (S. Freud, in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977) enunciò la dicotomia delle pulsioni. Fino ad allora l’Inconscio era il rimosso, dunque tutto ciò che la coscienza non gradisce e tenta, per altro inutilmente, di espellere da sé. L’ Inconscio come rimosso non è muto, nel senso che, proprio attraverso il ritorno del rimosso, propone “messaggi” di significati possibili che la coscienza ha il compito di decifrare per tentare di riappropriarsi di un senso non compreso del se stesso.
Questa formulazione dell’Inconscio apparteneva al Freud ermeneutico di cui parla Paul Ricoeur (P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, Milano, Il Saggiatore, 1979) ed “ermeneutico” era l’inconscio che si presentava come interpretazione di significati possibili alle soglie del soggetto. Dal ’22 in poi tutto cambia perché l’Inconscio ammutolisce e mostra un aspetto di silenzio. Thanatos non comunica: trascina. E’ moto arcaico verso la rovina, cieco impulso di niente, divoratore di cose e desideri che “cosifica” immettendoli nel vortice dell’immediatezza del godimento e deviandoli dal senso del significare proprio di un anelito che rimanda. L’Altro da sé (e con ciò intendo tanto la realtà esterna che quella interiore dell’Inconscio) scompare in una desertificazione del soggetto che smarrisce ogni termine di riferimento, confronto e riconoscimento. Con esso scompare il desiderio che desidera la mancanza che, come detto, non è di cose ma di significati che solo la relazione col diverso può soddisfare. Dunque, la psiche mostra un baratro di insignificanza, un Doppio dell’Inconscio che cambia il campo del soggetto che ora non è più in rapporto dicotomico/relazionale con la coscienza, ma la stessa psiche inconscia presenta un duplice volto. Secondo Massimo Recalcati. L’Es, ovvero l’Inconscio solo spinta senza parola, uccide il “soggetto” dell’Inconscio espresso dal ritorno del rimosso, nullifica il linguaggio e riduce la dinamica tra natura e civiltà a un drammatico confronto tra l’esistere di un significato possibile e l’insignificanza assoluta del godimento immediato. L’Es non desidera: travolge. Spinge lontano dal significato di cui l’Altro da sé, cui si rivolge la mancanza che muove il desiderio, è portatore e intrappola nella soddisfazione elementare della cosa che nullifica il soggetto nel narcisismo silente del proprio godimento senza nome. Questo l’Inconscio che infiltra: l’Es in quanto Nulla di Morte psichica. Questo il silenzio di cui la nostra civiltà è portatrice. Occorre tentare di riconoscerne almeno alcuni effetti.

L’evaporazione del Padre di cui parla Lacan indica il venir meno del senso fondativo della funzione paterna alla base dello sviluppo della coscienza e della possibilità di ogni civiltà. Al suo posto appare ciò che Lacan definisce “universalismo” e cioè il più che attuale fenomeno della globalizzazione.

In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affermazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe […] quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapitazione della funzione verticale giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento. (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010, p. 37)

Spodestato dal godimento assoluto, il Padre non favorisce più accessi simbolici di significato e la civiltà scade a livelli primitivi di soddisfazione materiale. Dunque civiltà come campo dell’Es: si addensa un silenzio di psicosi.
Per intenderci su questo temine, uso ancora una definizione di Recalcati che mi sembra particolarmente adatta al nostro discorso. Egli si riferisce “alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dall’azione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto” (Recalcati, ibidem, p. 142).

Un soggetto dunque invaso e incapace di simbolizzare, per questo perfettamente aderente alla letteralità delle cose che per lui non possono mai rimandare ad “altro”.
Per descrivere questo fenomeno e il soggetto che ne è espressione, C. Bollas ricorre al termine “personalità normotica”.

La persona normotica è qualcuno di anormalmente normale. Troppo stabile, sicuro, tranquillo ed estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e tende a badare solo alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai “dati” relativi a fenomeni concreti […] la malattia normotica si sviluppa quando il significato soggettivo viene assegnato a un oggetto esterno, dove rimane senza essere reintroiettato e nel corso del tempo perde la nozione simbolica di significante. (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989, pp. 143-144)

Ci troviamo di fronte a un eccesso di mondo oggettivo rispetto a quello soggettivo, a quel disturbo psichico che anche Winnicott, nel suo Gioco e realtà (D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 1972) non esita a definire psicosi. Dunque, una forma di adesione acritica all’oggetto col quale ci si identifica completamente, di modo che “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformistica al discorso comune” (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, op. cit., p. 23).
Alla scomparsa del Padre segue la dissoluzione del senso soggettivo e il mondo appare popolato da “ombre oggettuali” prive di significazione e di linguaggio che non sia ricorso amorfo all’immediato. Questo fenomeno è evidente in moltissime forme di adesività sociale ed è facile riconoscerlo non solo in tutti gli “ismi” da cui la società tanto occidentale che orientale è afflitta, ma anche in altri fenomeni non meno macroscopici come l’appartenenza a partiti e movimenti politici per mero calcolo personale con conseguente scadimento della politica stessa a mezzo di arricchimento privato che non trascura qualunque forma di appropriazione, corruzione e ladrocinio generalizzato. Spicca la sparizione del “soggetto di cura” della polis pubblica come di quest’ultima, ridotta a mero campo di sfruttamento dove non è raro cogliere sentimenti di approvazione e benevola invidia per chi è stato più “furbo” degli altri, con fenomeni di identificazione al Leader/Padre/Ladro/Corruttore che risultano per lo meno desolanti per ogni coscienza superstite.
Nel vasto campo delle sparizioni non si registra soltanto l’evaporazione del Padre ma anche di ogni sistema di valori, ormai sostituito dal lassismo più assoluto con ricco condimento di menefreghismo e disinteresse. Al massimo, si registra qualche “prurito” reattivo capitanato dal qualunquista di turno, oltre urlacci da strada inneggianti ad una ulteriore parcellizzazione separatista priva di qualsiasi fondamento in un minimo di ragionamento basato sul reale.
Un nichilismo sotterraneo si è diffuso nella società rendendola non solo muta ma priva di speranza. In tale società disperata colpisce l’atteggiamento e insieme il destino dei giovani, tesi unicamente al rimedio dello stordimento tramite droghe, psicofarmaci e sballi di ogni tipo. Privi di desiderio, passano ore svagate di fronte a qualche bar, in attesa che la sera li spinga branco in locali ubriachi dove annegare nell’alcol e nel frastuono l’angoscia che li rosicchia. Nei casi peggiori, formano squadracce minorili per vincere la noia – dicono – quando la polizia li arresta e chiede ragione di atti di violenza senza senso. Nella sottrazione di orizzonte in cui si aggirano, la loro soggettività in formazione non ha modo di dispiegarsi ed essi ascoltano inconsapevolmente “l’ospite inquietante” che ha ormai occupato le stanze delle famiglie. Verrebbe da dire che l’Edipo non tramonta mai e che la nostra è in realtà l’epoca del tramonto del Super-io fonte di morale e norma interiore.
Incapaci di insegnare una qualunque parvenza di linguaggio, le famiglie si riducono a ricoveri di sonno e, quando l’alba si affaccia, i ragazzi tornano nei letti che le madri e i padri evaporati hanno loro apprestato per lasciarli ibernare in uno stato di assenza di stimolazione. Prede della “Cosa”, essi vogliono scarpe firmate, divise firmate, mutande firmate e chiappe osteggianti firme di condivisione corporale per sopperire desolanti mancanze di senso di identità. Pestano con scarponi (firmati) strade irregimentate d’indolenza. Firmano il registro del nulla e la giornata passa. Quanto alla formazione culturale, per loro (e per le famiglie che tacciono) non è più neppure un optional.

Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le “passioni tristi”, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010).

All’interno di queste “passioni tristi”, se il Padre è evaporato, chiediamoci dove sia allora finita la madre. André Green sostiene che siamo tutti figli di una madre morta. Cosa significa? Significa che la madre ha fallito e si è inconsapevolmente posta come oggetto muto di introiezione: essa non ha insegnato alcun linguaggio. Il linguaggio che la madre insegna è quello del sentimento. Accogliendo le angosce senza nome del figlio, la madre le restituisce significativamente come sentimento possibile, un vissuto dunque elaborabile e comunque gestibile, perché la madre lo ha già “lavorato” per noi. Questa opera di significazione è mancata. La madre, perduta nelle cose del mondo, totalmente “normotizzata”, restituisce linguaggi “cosificati”, consegnandoci “passioni tristi” e non gestibili, perché nessuno vuole “pensare” la tristezza. Il figlio, lontano dal sentimento, riduce tutto a oggetti muti cui aderire come la madre (non) ha insegnato “e questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che cosa ci faccio al mondo”. (U. Galimberti, ibidem, p. 53). Un mondo ormai totalmente consegnato all’Es, ovvero a un Inconscio senza soggetto come la società che lo riflette.
Lo statuto comune codificato e benedetto dalla società è allora: “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”. (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, in Opere, Adelphi, Milano, 1974, vol. VIII, 3, fr.14 (89).

Nell’orizzonte chiuso del non senso, dove tutto appare perduto e la civiltà evapora nell’assenza di valori, norma e desiderio, si apre tuttavia una strada nel mare. È la “via del viandante” che Galimberti traccia parafrasando il Nietzsche della Gaia scienza. Nell’assenza di idee che cancella ogni meta e visione del mondo, nel fallimento degli oggetti interni significanti che consegna lo sviluppo del soggetto al nichilismo, la civiltà silente rinuncia persino agli Assoluti cui, da Eraclito in poi, si era aggrappata per scansare il divenire da e verso il Nulla. Al posto di Immutabili che parlavano una lingua di contraddizione e false rassicurazioni, la civiltà ha collocato nuovi Feticci, come il Mercato e la Finanza che non parlano alcuna lingua. Nel silenzio, scompare ogni meta, ma il “Nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità […] non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale […] a porgere il suo senso provvisorio e perituro” (U. Galimberti, ibidem, pp. 143–144).
L’etica del viandante, allora, come antidoto per il nichilismo di Thanatos. La capacità di intraprendere un viaggio senza appigli, trovando il senso del se stesso nel naufragio dell’esistenza che ogni uomo deve affrontare, come sosteneva Kierkegaard, un naufragio che è valore relativo e senso relativo in un mondo spogliato di assoluti falsi garanti di significati precostituiti e sensi finali preformati e mai individuati. Un mondo dove il Padre evaporato resuscita nella testimonianza che ogni uomo riesce a offrire e trasmettere in un linguaggio aperto che è etica personale, trasmissibile e intrasmissibile allo stesso tempo, nella misura in cui è esempio da intuire, non da seguire alla lettera.
Un linguaggio di cui ogni soggetto è autore, come del proprio silenzio. Un Padre Norma che, pur castrando gli impulsi suicidi del figlio verso l’atto, castra se stesso perché capace comunque di ammettere la trasgressione e dunque l’apertura verso un linguaggio diverso. Un linguaggio di un Padre che, deviando il figlio dall’oggettualità dell’esistenza, non preclude la Madre che trasforma il non senso in sentimento ed accosta le emozioni senza nome alla capacità di nominare del pensiero. Un linguaggio che non cade nelle cose, che non è codifica passiva della parola del Padre, ma invenzione che su quella parola si fonda trascendendola. Un linguaggio d’acqua, mutevole e trasparente e tuttavia profondo abisso. Linguaggio d’onda, scosso dal vento che frastaglia nell’orizzonte vuoto di pretese e muove, senza sapere dove, verso l’Altro marino cui s’accosta. E diventa parola.

“Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi” (F Nietzsche, La gaia scienza, in Opere, Adelphi, Milano, 1965, vol. V, 2, p. 129).


L’ospite inquietante

galimberti(1)[1]

Il nichilismo e i giovani

un testo di Umberto Galimberti
letto da Giovanni Baldaccini

La farò breve: l’ospite inquietante è il nichilismo. Dunque un’idea, un concetto, qualcosa di astratto. Nulla di tutto questo; l’ospite è una conseguenza, anche piuttosto concreta, che si manifesta in una serie preoccupante di fatti e comportamenti, specchi di un irriconosciuto nulla dilagante.
Terreno di coltura di questo invisibile virus è la società e la famiglia, sua cellula fondamentale. Vittime ne sono i giovani; o, per lo meno, vittime evidenti: i genitori, vittime a loro volta, sono i veicoli del contagio. Figli e genitori, allora; una configurazione inquietante. Diceva André Green che possiamo essere figli di una madre morta; Cristopher Bollas riprende il tema nella sua descrizione di quella che definisce malattia normotica, ma questi sono altri libri e altre storie. Per tornare a Galimberti e al suo “ospite inquietante”, il contagio utilizza per diffondersi le emozioni, o meglio la loro mancata elaborazione. Per dirla con Bion, le emozioni non si alfabetizzano mai; dunque, non imparano a parlare. Restano mute, ma quella mancanza di parola non è senza effetti. Nella famiglia che tace, le emozioni debordano inconsciamente e tutto allagano di un mutismo assordante che annulla la coscienza. Perché questo avviene? Perché nessuno ha insegnato a parlare neppure ai padri e alle madri; è un silenzio di secoli. Il silenzio ingenera paura così come le emozioni hanno sempre fatto; per questo nessuno le ha mai parlate.
Un edonismo imperante stravolge la scena giovanile; tutto è semplice e dovuto ma, soprattutto, effimero. L’ospite annulla la scena del mondo spogliandola di significato perché nessuno è più in grado di attribuirne. Privo di valenza simbolica, il linguaggio sfuma in gergo virtuale che non rappresenta altro che banalità, mentre il nuovo onnipotente, il denaro, vanifica il teatro del reale con spasmi di irriconosciuta vacuità. Il tempo si cancella e nel presente, privo di sbocco e orfano della sostanza della storia, il futuro si vanifica in una desolante assenza di progettualità e tutto scade sotto il dominio degli istinti e dei comportamenti involontari perché, come scriveva Nietzsche, “ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti” (F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1885–1887, in Opere, vol. VIII, Milano, 1975) e finisce con l’imporre alla coscienza.
Fenomeni preoccupanti, come psicopatia e sociopatia, sorgono nelle città come incubi a volte di concreto delirio, ma le famiglie ignorano perché non vogliono vedere. La scissione, meccanismo estremo di difesa, occlude la rappresentazione psichica e, come nota Recalcati in una analisi di un testo di Green, la cifra fondamentale del nostro tempo non è più la nevrosi con il suo bagaglio di significatività sintomatica, ma la psicosi che non indica altro che assenza di rappresentazione, dunque di parola. Green nota che per affrontare le sfide poste dalle nuove patologie bisognerebbe tornare al Freud teorico della pulsione di morte, ma questo è di nuovo un altro libro e un’altra storia.
Per riprendere il nostro tema, Galimberti inserisce nel testo una serie di resoconti di atti giudiziari esemplificativi della drammatica povertà spirituale del nostro tempo. Non condivido questa scelta che, a mio avviso, appesantisce il testo; tuttavia ne riconosco la legittimità per dare corpo a qualcosa che, altrimenti, rischierebbe di apparire teoricamente volatile.
Il capitolo 10, intitolato Oltre il nichilismo, è la parte che preferisco. In essa, Galimberti traccia quella che definisce l’etica del viandante. Lascerò al lettore il gusto di scoprirne il senso; da parte mia, mi limito a riportare quanto segue:
“La nostra è una filosofia di Penelope che disfa (analyei) incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà”.
Buona tessitura.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: