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Turner che affonda

J.M.W. Turner

“Tempête de Neige” exposé en 1842 de J.W. Turner
Snow Storm – Steam-Boat off a Harbour’s Mouth making Signals in Shallow Water, and going by the Lead

Una riflessione sulla solitudine della cosa sola dell’arte o che potremmo dire umanità

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turner che affonda

 

 


Danza delle immagini deluse


Ci si vive strisciando le comete, ma non si sente il ghiaccio
il sibilo, il cammino, come se l’universo fosse fermo
e il tempo non si muove, ma non sei tu quel tempo
e non sei suolo, una conchiglia, un faraglione, un sonno
e non sei suono, neppure quando suona
né potresti sentirlo, perché non sei una forma dentro l’aria,
non sei una vibrazione, un martello sul fuoco, una scintilla
e non ti accorgi della tua tristezza, del cuscino sudato, del barlume
che forza le persiane e la finestra, penetra, sguscia, cade sul selciato
perché non hai una stanza e la strada di sera tira vento
spazza, ma tu non sei una foglia, non hai fruscio
e non vai nel cimitero di novembre
e l’acqua nei tombini ti trascina, trasformandoti in fiume
di cui non hai un’idea e quando il mare
ti insegue, ti avvolge e ti consegna
a una costa che ignori, tu non hai
piedi sparsi di sabbia
e le orme che lasci, o lasceresti, se ne sentissi il peso,
stanno alla notte come sta il tuo guscio
che i gabbiani rovistano col becco, ma non sei una testuggine
e lo sconforto del pianeta resta una frase ignorata
che non ha orecchie, occhi e non ha voce
per dirti che qualcosa vive e muore.


Aurore d’autunno

Christen_Dalsgaard_-_A_fisherman's_bedroom_-_Google_Art_Project

II
Addio a un’idea… Una capanna sta
deserta sulla spiaggia. E bianca,
come una tradizione, o per accordo

a un tema ancestrale, o in conseguenza
di un cielo infinito. I fiori contro la parete
sono bianchi, un poco secchi, come un segno

che ricorda, prova a ricordare, un bianco
differente, un’altra cosa, l’anno scorso, o prima,
non il bianco di un pomeriggio che imbrunisce,

forse più giovane, o più spento, forse il bianco
d’un cielo o d’una nuvola invernale, da orizzonte
a orizzonte. Il vento soffia la sabbia sopra l’impiantito.

Qui, essere visibile è essere bianco,
un bianco solido, totale, l’effetto estremo
d’un estremista nell’esercizio…

La stagione muta. Un vento freddo raggela la spiaggia.
Le linee s’allungano, si svuotano,
un’oscurità s’addensa, ma non cade

e il bianco impallidisce contro la parete.
L’uomo che cammina volge lo sguardo vuoto sulla sabbia.
Osserva come sempre il Nord dilati il mutamento

coi suoi gelidi fulgori, le sue chiazze rosso-blu,
le raffiche di fiammate enormi, il verde polare,
il colore del ghiaccio e del fuoco e della solitudine.

(Tratta da “Aurore d’autunno”, Wallace Stevens, Adelphi, 2014)

 


Paul Celan: la sintesi del mistero

hopper finestra

DAVANTI AL TUO TARDO VOLTO,
soli_
tario procedendo tra notti
che anche me mutarono
venne a porsi qualcosa,
che già una volta fu tra noi in_
violato da pensieri.

 

“L’artista… non si contenta d’essere un animale colto, ma assume la cultura al suo principio e la fonda di nuovo… L’espressione non può essere allora la traduzione di un pensiero già chiaro, perché i pensieri chiari sono quelli che sono già stati detti in noi stessi o da altri… Prima dell’espressione non c’è nient’altro che una febbre vaga e solo l’opera fatta e compresa proverà che vi si doveva trovare qualcosa piuttosto che niente”.

(M. Merleau Ponty, “Senso e non senso”)


a voce sola

strada

Tu

indiscutibile

frammento del mio essere nascosto

che mi riveli e copri mentre saldo

la mia diversità nel rimanere

parte di questo immenso mare scosso

qualche volta la pace

nella misura del tuo disgregare

ogni forma di vita per legarla

ad uno sconosciuto soggiacere

come fosse la morte

la mia attesa

di una solitudine sommessa

lascia che mi accompagni una memoria

un amore

un inganno

un disvalore

di questa mia conclusa umanità


con un velo di noia

de pisis 7

Poi sembrava piovesse

e la città

scivolava verso luoghi accantonati

voli

come uccelli marini.

Tu rimanevi dietro i miei difetti

ed il tailleur

le gambe accavallate

mentre il rossetto spicca

come è tipico di cose evanescenti

i tramonti

le nubi e i marciapiedi

quando restano vuoti.

Si parlava di cose

come d’altronde io

e le musiche che non capisco mai

ma portavi un cappello

e questo basta per il resto della sera.

Ascoltavi

con occhi da lontano

ed un velo di noia.

Sono giorni;

come capita i giorni.

Qualche volta le sere.


Se mi chiedi di me

de pisis 1

Non ho voglia di te
stessa questione
avvistata negli anni
e lentamente.
Né ho voglia di pulire le tue ciglia
angelo
o ravvisare rami d’esistenza
nell’infinito
o fuori dal portone sotto casa
dove so che mi aspetti.
Qui si gela la sera senza Dio
e l’universo spreme i suoi frammenti
dall’oltre senza luce a questa casa
che spengo
per evitargli una soddisfazione.
Qualche volta ricordi
a viso lento
scendono le montagne delle nubi
approfittando
se c’è pioggia lunga
e picchiettano i vetri.
Io mi concentro sulle mie pantofole
e l’ombra del camino.
Un quadro, a volte,
per quel poco che riesco a intravedere.
Che mi conduca dove l’olio grezzo
ha spezzato il colore
e la tela non dà più chiarimenti
se mi chiedi di me.


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