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Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


finito/infinito

“La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito”

[Iosif Brodskij, Dall’esilio, p. 45]

Pensando a questa dialettica impossibile tra finito e infinito, mi viene in mente la condizione della nostra anima così disattesa e delusa e tuttavia irrinunciabile nel suo esprimersi ed esporsi anche oltre di noi:

“A te non è concessa altra guisa di esistere se non questo mio ricercarti e fuggirti, né altrimenti posso conoscere di essere se non grazie alle tue frodi, al tuo cruccio, e quello che mi ostino a supporre la tua ostinata presenza, il tuo esser lì, muta e avida di dialogo”

[Giorgio Manganelli, Amore, p. 62]


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