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Wilusa – tra storia e fantasia

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Wilusa


leader patologico e patologia della massa

 

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. H. (Kohut, “Potere, coraggio e narcisismo” Astrolabio, Roma,1978, pp. 102-103)”

Adesso pensiamo agli ultimi 30/35 anni (ma si potrebbe risalire a molto prima) fino a oggi, ovviamente compreso. Se vi va, allargate l”occhio anche fuori dall’Italia e perché no, dall’Europa. Quindi, cercate un altro pianeta (ovviamente dopo opportune indagini preliminari sui leader del posto).

Nota. Lo studio di Kohut da cui è tratto il brano si riferisce a una sua indagine sulla nascita del nazifascismo.
In termini meno tecnici, si potrebbe dire con Sciascia che quando gli imbecilli si alleano con i furbi bisogna stare attenti:: il fascismo è alle porte.


luce d’inverno

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E adesso sono qui pieno di storie
da riposare nella mia memoria
ma mi spostano il tempo.


Bertolt Brecht: gli affari del signor Giulio Cesare

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“La strada che ci avevano indicato, stretta e piuttosto ripida, saliva a zig–zag tra gli oliveti che, sostenuti da bassi muretti di pietra, si alzavano a terrazzi dal lago. Era una mattina serena”.

Che ci fa un giovane avvocato appassionato di storiografia di buon mattino lungo una strada di campagna tra gli olivi? Ha un’ottima ragione per trovarsi lì: vent’anni dopo la morte di Cesare si sta recando nella tenuta di Mumlio Spicro, ex ufficiale giudiziario ed ex banchiere, che si dice detenga i segretissimi diari di Raro, ex intendente di casa del signor Giulio Cesare. Da questi diari lo storiografo si aspetta di ricavare informazioni preziosissime per ricostruire la figura del fondatore dell’Impero. Ne ricaverà senz’altro, ma non nel senso che si aspettava.

Ne Gli affari del signor Giulio Cesare, Einaudi, 1973, Brecht tratteggia un romanzo incredibile che difficilmente può esser definito romanzo. Si tratta infatti di una ricostruzione straordinaria della vita romana alla fine della Repubblica; non della vita quotidiana, ma degli intrighi, raggiri, tradimenti, sottilissimi inganni tra i poteri che quel mondo reggevano, non per governarlo: per depredarlo.

Il potere, infatti, è il protagonista di questo testo, nei suoi più reconditi aspetti, ma non per questo meno veri. Il potere per il potere, dunque; con esso tutto ciò che al potere occorre, compreso muovere uomini e nazioni come semplici pedine sullo scacchiere di una politica nascosta e spietata che di quegli uomini e di quelle nazioni non fa alcun conto.

Tutto questo risulta dalla lotta per il dominio che si svolge a Roma tra il senato e la city, ovvero l’oligarchia latifondista e politica e i poteri forti dei banchieri che si appoggiano al popolo al solo fine di scalzare il senato dai suoi seggi. La situazione viene complicata dalla congiura di Catilina, che la city segretamente appoggia, e i “balzi” del signor Giulio Cesare da una fazione all’altra, nella disperata ricerca di una soluzione personale insostenibile, in cui tutti i personaggi muovono i fili di un teatro astruso senza potersi in alcun modo liberare dai fili che muovono loro stessi. Una rappresentazione che avrebbe dell’incredibile se non fosse totalmente credibile. Nessun ideale, grandi parole, nobili intenti, bene della repubblica o del popolo: solo la ricchezza e il potere che ne consegue, con l’intrusione di una buona dose di pazzia generale. Non molto diverso da oggi, credo.

Il testo Ë di un’attualità straordinaria e con un linguaggio scarno e a volte brutale sbatte in faccia al lettore quel che spesso non piace vedere: per questo non ci accorgiamo che oggi è praticamente uguale. La lettura del romanzo di Brecht trasmette anche angoscia, perché gli affari del signor Giulio Cesare sono affari angoscianti, colmi di debiti, creditori alla porta, ufficiali giudiziari pronti a pignorare e tra questi lo stesso Mumlio Spicro, che Cesare perseguitava e al tempo stesso ammirava, tanto da ordire trame segrete per porlo a capo del movimento della city. Come, si dirà, un uomo così compromesso e sull’orlo di un fallimento disastroso verrà posto a capo di un movimento? Sembra proprio di sì, perché così va la politica, secondo gli umori del popolo che, come sembra, allora come oggi – mi spiace dirlo – non ragiona molto.

Incredibilmente, sembra che l’intento della politica di allora (soltanto?)fosse quello di “portare nella Curia il diluvio, o almeno la sua schiuma; naturalmente non i contadini affamati, soltanto i loro carnefici, gli strozzini. Naturalmente non gli artigiani falliti, soltanto i possessori delle ipoteche. No, il signore non dimenticava la miseria, il grande democratico si ricordava della disperazione dei ‘depauperati’; in caso contrario, come avrebbe potuto ricattare i ‘depauperatori’? Il senato era troppo piccolo: occorreva ingrandirlo. I ladri privilegiati erano troppo pochi: si trattava di aumentarli con l’aggiunta di ladri non privilegiati. Sotto lo sguardo minaccioso del dittatore, tutti quelli cui la polizia aveva recapitato la refurtiva a domicilio, stringevano le mani a tutti quelli che erano andati a prendersela da sé. E la lebbra, per reprimere, allontanare, decimare la quale avevano fatto tante promesse contro altrettante bustarelle? Non era forse decimata, quando invase la Curia? Era effettivamente soltanto una minima parte della lebbra, soltanto quella che sapeva far tintinnare le monete. Una parte piccolissima. Ma forte, e rumorosa. Bisogna saper gridare se si vuol contrattare. Si guardi un po’ il suo senato. Un mercato. Vuole motivi di vita contemporanea per un pittore? Senatori romani che si cercano i pidocchi. Sì, veramente un grand’uomo, il suo impiegato, Spicro!” (pp. 154-155).

Questa il riassunto della situazione fatto da Vastio Aidro, durante una cena in casa di Spicro, con grande meraviglia e sconcerto del giocane avvocato storiografo. Se fosse entrato in possesso dei famosi diari, ne avrebbe avuto delle belle da scrivere. O meglio, riscrivere: praticamente l’intera storia della Roma dei suoi tempi.

Attraverso la lettura dei diari del liberto Raro emerge tutto questo. E molto altro. Emerge come lo stesso Raro cerchi disperatamente il suo amante tra i morti accatastati delle legioni di Catilina, mandato al macello al momento opportuno, perché la ratio della politica nascosta aveva bisogno di contadini contro contadini, poveri contro poveri, da far scannare nei campi intorno a Pistoia, in una delle pagine più terribili e toccanti del romanzo. Leggiamo dai diari di Raro:

“Riprendendo il cammino arrivammo in campo aperto. I mucchi scuri anche qui erano fitti1, ma non si vedevano pattuglie di sgombero.

Non mi chinai nemmeno una volta per guardare un viso. Pure, avevo la sensazione di cercare. Per tenermelo impresso, pensavo. Infatti qui non si distinguevano amici da nemici, tutti erano romani, tutti portavano uniformi romane. E tutti provenivano dallo stesso ceto. Avevano obbedito agli stessi comandi quando erano partiti all’attacco, gli uni contro gli altri. È vero che tanto l’esercito di Catilina quanto quello di Antonio non erano formati di gente che aveva gli stessi interessi. Spalla a spalla stavano gli ex coloni militari di Silla e i contadini etruschi cui erano stati portati via i campi per darli a quelli. E a quelli a loro volta i campi li avevano portati via i latifondisti. Incapaci di resistere alla speranza di una vita più sopportabile, che era stata loro prospettata da Catilina, combattevano disperati contro i veterani arruolati dal signor Cicerone, che dai loro campi carichi di debiti erano finiti a Roma, e insieme ai contadini indebitati della Campagna non avevano potuto resistere alla prospettiva di 50 sesterzi di paga giornaliera {…} Io da parte mia mi stordisco come posso. Sono quasi ogni sera a un’altra corsa di cani.” (p. . 159–160).

Un’altra corsa di cani… un’altra sera… un altro stordimento, da allora – e probabilmente anche prima – ad oggi e probabilmente anche dopo.

Alla morte di Brecht, avvenuta nel 1956, l’attesa per questo romanzo era enorme. Alla morte del romanzo, cioè alla sua ultima pagina, la delusione lo è altrettanto perché il romanzo è rimasto incompiuto. Tuttavia, se Brecht non fosse morto e avesse portato a termine questa sua opera, non avrebbe potuto dire nulla di più: ciò che il romanzo contiene, compiuto o meno, Ë più che sufficiente.

1 Pile di cadaveri dopo la battaglia di Pistoia.


ai confini di grecia

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(jamie heiden)

Dicono di me: arrivederci.

L’ora corre veloce ed io dileguo: occultarsi al sicuro, fino a che torni la sobrietà profonda della notte. Tra l’altro, la mia declinazione è inconsistenza.

Parametri a scomparsa. Uno per uno: provare a orizzontarsi. Quindi di conto: ah, non ritornano mai! Il tempo è una catena d’orologio: scorrere maglie. E il rosario.

Mi scrivo.

Gentile amico, ecc. ecc. amenità sciocchezze parapiglia. Generalmente smentite; poi bla bla, sì come no; però, assolutamente contrario. E comunque, non ti ci abituare!

Tralascio la risposta.

Vagolavano intanto l’assoluto poche stelle al risparmio. Romantica la notte s’assopiva tra nuvole a casaccio. Vento assediava vele. Quando m’imbarco non ho soluzioni. Qualche volta un sestante.

Occorrerà

a noi dannati spersi

ricucire la terra

ed accerchiare il campo delle stelle

a riempire la sorte

lungo il moto incessante

del lunario animale

e chiudere le porte dell’eterno

perché ritorna

mentre per noi il sollievo è nel finire.

Occorrerà redimerci

dall’universo sparso

dove noi costruiamo storie magre

che qualcuno dimentica

quando la luna scende ombra di terra

sale

l’indefinito mistico

e noi malati cronici

parliamo malattie

e asserragliati

nel definito limite

occorrerà tracciare

nell’occhio del sestante

rotte diverse

per amore di donne e delle figlie

e le sorelle nubili

che non avranno prole da macello

che circonda la terra

e le approssimazioni delle stelle.

Quindi di sogno: alba.

Ti sarei grato se spegnessi la luce e mi lasciassi ancora.

Ti sarei grato se l’incrinato viola colmo di rosso rosa giallo appena s’addolcisse di ombra e palpebre.

Ancora ti sarei se tu non fossi altro da me diversa e unificati mi convergessi l’anima d’altrove dove tutto si sfoglia ed io consunto spargo cose d’intenso senza dire che dire fa fatica ed il silenzio sfugge questo orlo di mondo dove m’assiepo come se svenuto.

Ora riprendere fiato.

Ben presto stanco, cercavo soluzioni d’incompiuto, tanto per raggelare. Non mi trovavo male, ma qualcosa mancava. Forse un’ombra di sera.

Per evitare danni superiori.

M’imbronciavo di te: spazio d’ascolto. Quindi la notte Bach: come le stelle.

Mi sfogliavo lettura. Io non so stare senza farmi male, ma la tensione è vita. Tra pagine, tentare di disperdere: mondo e altro – leggi sciocchezze, convenzioni, comunicazioni vaghe, scarso amore. In breve: superficie.

C’era la storia, c’era la bufera, c’era quello che c’era quando c’era. Per questo: prenotare carrozze.

Sai, quelle con parafanghi e la lanterna, sedili di velluto e all’occorrenza plaid. Il problema è i cavalli. Davvero il presente è impresentabile.

Vienna adagiata consultava ore. Lì il tempo è un fermaglio.

Piuttosto sul confuso, mi dirigevo al Prater. C’era una banda, forse d’altra sfera.

Mahler a passeggio consultava appunti d’ottoni ed altri fiati; nella testa violini. Qui la musica odora di formaggio con le patate al forno e l’anima disperde incomprensioni. Sulle panchine, mi sedevo adagio.

Si ballava dovunque. Altri, compunti, ascoltavano assorti sotto il palchetto e baffi. Audaci le signore. Grandi cappelli e ombra sulle ciglia.

Poco distante. S’era venduto il cavallo e strascicava la pistola in testa. Troppe notti, barone; troppe.

Poi ti incontravo come nei tuoi libri, per caso e per sventura. Naturalmente il peso è sempre falso e la pazienza ha un limite.

S’involavano intanto: ballerine. Come volteggi d’aria dentro l’aria e vento a sovvenzione. Estremamente bianche nell’azzurro; rosse, le scarpe, guizzi, ma la musica non ha colorazione se non astratti d’anima e le gambe: come suoni leggeri.

Appena indietro, S. Stefano diffondeva Mozart. Ammaliato: ancora un’altra notte.

Alla vela, ma non si arriva mai.

Inevitabile, se viaggi il tempo indietro. Dunque restare? Piuttosto mi sconvolgo le cervella e crocifisso mi dispongo al palo, una corda sul collo – tira tira! – le braccia e le gambe legate a due cavalli – tira! – in direzioni opposte.

Tra l’altro, gli angeli stanno male ed i violini ne cantano la fine. Chiedere a Berg.

Intanto alla stazione. Dove fugge, Maestro?

Vado a Torino.

A fare?

Cose di morte a cena.

Bisanzio sussurrava di mancanza. C’ero venuto tanto tempo fa, di traverso di fuga.

Musica ripetuta, fumo e sonno, molti dialetti e sguardi. Esotiche le donne, col rimbalzo. Certe volte stordisce. Come l’Asia di là, dietro la mano. Andare è un’altra cosa: troppe steppe. Quasi senza confine: ha sapore di nulla.

Incontravo un amico. Secondo lui Bisanzio scorre via, come il canto di un pendolo.

Mi trascinava a Venezia, dentro le fondamenta, Diceva: siamo incurabili; dobbiamo stare qui.

C’era un angelo in giro. Lo incontravamo di notte sui battelli; ci ignorava.

E teso vento sale s’aggroviglia. Sui binari non serve.

A Parigi formavo collezioni: bicchieri vuoti e brindisi sviati.

C’erano tele lungo la parete, colme di brevità, minuscole apparenze luminose, come fosse la vita.

In campagna coi corvi, quando divento pazzo. Una distanza enorme.

La sera, la tua gonna forniva informazioni di vizi e di virtù. Io m’appendevo afasico, pieno di sconvenienze, come uccelli a vampate. Scomponevo le tue prospettive per sfuggire la noia. Una parvenza il mondo, troppo simile a me.

Poi qualcuno scriveva della guerra, la malattia, il catarro e le sirene dei battelli a richiamare. Rispondevano tutti; e non se ne parli più.

Amsterdam galleggiava nei riflessi. E cocci di bottiglia.

Tu giravi colori e il tuo turbante aveva un’avvenenza di scomparsa. Stavi, nei canali e nel gelo, piume d’oca, orizzontali smossi firmamenti. Flusso, dalle tue labbra ancora.

Ti seguivo nel plumbeo dell’acqua per salvare i colori. Lo sai, non sono ripetibili: quello che sfuma sfuma.

Ti ho disegnato ieri sul mio viso: deludente l’effetto. Se provo nella testa t’allontani.

Ti cercavo talvolta nelle frasi che mormoravo appena, forse dentro la perla.

C’è sempre un crocevia. Girare dove?

Come per noi, fratelli, dove siamo, se ancora la memoria.

C’era quello che c’era quando c’era. Siamo stati un barlume, un ordine disperso, un singhiozzo in un balzo, una consolazione all’ignoranza e l’agrodolce rimaneva in gola, come un urlo su tela.

Faceva freddo, lì.

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.

Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.

Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.

Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.

Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo, ai confini di Grecia.


lettere dal finito

Caravaggio frutta

Publio Cornelio Passero, la primavera giova alla montagna se con passi decisi saldi le zolle ai fiori

– ti dicevo l’altra sera di passaggio (ricorderai, io spero) – d’altra parte considera le lettere, le pergamene, i Nubiani lungo il Nilo d’estate (una puzza terribile!), i flussi senza sete, le bugie, tanto per ripassare la lezione – dunque ricorderai: ho scordato.

Passero Cornelio Publio o l’incontrario (si potrebbe anche dire Publio Passero o Cornelio, senza aggiungere altro). Ah cosa giova questa confuisone, propulsione, proliferaszioane di nomi asserragliati, quando le ossa vagano e il solstizio viene una volta l’anno – tanto peggio a Stonehenge, dove si pretendeva che qualcuno facesse colazione all’intervallo, mentre urge la semina e salpare non significa pesci, ma questi barbari avevano strane usanze (usi costumi allitterazioni) di quelle con la lingua sempre appesa – dunque come seguire la carrozza se il cavallo la biada? Ma non sostare, Publio Passerotto, e spendi la stagione nei bordelli o per lo meno a Rimini, dove le donne – vuoi mettere, dico vero!?= giocano a cavallina senza veli ed io che me li tolgo con la toga, generalmente svaso – tu mi dirai che cosa – i fiori, caro mio: lungo le cosce! e che c’entra, ancora chiederai, ma ti scongiuro taci, che il mal di testa è sordido e nel cortile le galline fanno un baccano d’inferno.

Corneliuccio mio,

quando si salta l’ora valicante, si finisce in cortile. Non uggiolare ai semi di lampone, alle begonie, ai saldi a fine anno, alle petunie, ai Druidi, ma scrivi poesie, scrivi storielle, insomma scrivi quello che ti pare, ma ti prego: non uggiolare ai gatti, a meno tu non voglia vacillare attimi traballanti (coi gatti non è mai sicuro) mentre in montagna: vacche. Vuoi mettere, Passerotto?

Alle tasse alle tasse! Cesare non ha fondo e il portafoglio latita come un otre a sera tarda – hai presente? Praticamente vuoto.

Uteri dozzinali l’altro giorno: supermercato all’angolo.

Dice lo vuoi? Tirare dritto. Rigorosamente.

Ma dicevo di Cesare… ah già: l’hanno ammazzato a marzo, mentre la primavera che declina lascia il posto all’estate e i suoi tormenti. Tormentami Publiuccio, almeno un poco.

Micene se n’è andata nella storia, Passero solitario del mio dire (Cornelio? Publio? non Nepote) ed i fantasmi abbondano.

L’altra sera qualcuno si azzardava a traversare l’atrio vero il letto. Non ti dico la pargola di turno: urla ad oltranza.

Vabbè che quello tracotava alquanto. Poi esordisce… Inutile riferire: queste Ombre dicono sempre le stesso cose… l’Invitto, l’Invincibile… il Già Morto – dico io. Meglio saggiare l’anima dei vili e la trincea ai cavalli!

Hai letto quell’Inglese? Avrebbe dato il Regno!

… come dicevo, la mia destinazione nelle Gallie, mi intristisce. Certo, sempre meglio che il fango di Bitinia, ma senz’altro avrei preferito un viaggetto per mare – diciamo Asia Minore – dove i reperti abbondano e quattro sassi valgono una fortuna. Quanto alle donne svendono le sottane per un gesto (si farebbero affari mica male… d’oro, credini: d’oro!) e se porti loro quattro calze di filo ti fanno cose d’altra dimensione, che nemmeno tua madre nel cervello (quando ci stava, intendo) si sarebbe permessa di insegnarti in quei sogni segreti – quelli di prima della nascita, dico; che quando nasci dopo è troppo tardi e se ti azzardi: tre anni di galere.

Mai stato, Passerotto? Prova, prova…


Teatro

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Esempio di antefatto.

Non c’era modo di venire via: troppo pieno il teatro.

Soffriggere pertanto. E la pazienza, ah la pazienza: una virtù divina, di quelle che si perdono per strada ogni giorno che passa.

Liberamente ascetico sognavo di trovarmi lontano, magari tra cavalli al galoppo, dove la nicotina non trattiene il respiro nel fondo; oppure in paesaggi saturnali, tipo emergenze, dove occorreva sperdersi per evitare il peggio.

Queste modernità, questi spettacoli senza congiuntivo, dove la parola è un optional e gridare un obbligo, cancellano lo scorrere del tempo. In pratica moderno-regredito, come se Plauto fosse tornato in scena. E la folla, il clamore, il tumulto scomposto, ogni volgarità senza sorriso. Esempio: arriva uno e molla una gran tromba di culo, così, senza ragione. di quelle che ti fanno percepire tutta l’oppressione del corpo che, poveraccio, in genere se la passa male, ma a quel livello: sembra una strozzatura d’infinito.

Oppure quattro salti nel dubbio: già visto. Che i personaggi sono sempre quelli e l’autore smorzato. Quanto all’identità, inutile parlarne! Meglio tre caravelle e un funerale: poveri Incas, chi glielo avrebbe detto!

A me non dice mai niente nessuno: mi tocca sempre immaginare. Dialoghi serrati tra me stesso e me stesso – però un altro – per circoscrivere un’evidente noia, come, ad esempio, adesso.

Pertanto: che mi dico? Meglio lasciar perdere.

Esempio di farfalla.

Di pomeriggio la farfalla dorme: la mia viene di notte. (Di mattina dormo io).

Piccola evanescente, si sostiene per caso, con oscillante, degradante volo: per forza mi si posa accanto.

Ci guardiamo perplessi. Lei con le sue antennine smunte; io acquoso. Quindi si mette sulla mia poltrona, cogitabonda e muta. Io volo.

La stanza ha quattro pareti, un pavimento, un soffitto. Piccola minutissima sparuta.

Non uscire per strada – sussurra.

Ma la finestra tenta. E d’improvviso scopro di non saper volare.

Mi raccoglie con aria scoraggiata, aiutandomi a rientrare nel portone. Quindi le scale.

In camera: quando lo capirai?

Faccio spallucce.

E notte come notte questa notte.

Esempio di volo.

La divisione dell’atomo distrugge: se mi divido esplodo. Ma l’universo – dico l’universo – si divide da sempre: viviamo in un’enorme esplosione.

Dice: le stelle! Una guerra infinita. Si esplode dovunque. Quello si che è un teatro clamoroso!

E mi ricordo dentro. L’infinitesimale è una cartuccia: il fucile sono io. Non meravigliamoci pertanto se ogni tanto, di qui di là, in pratica dovunque, molto spesso si esplode. Occorrerebbe un grande buco nero ad ingoiare il mondo. Non è detto che non succeda.

Riflettiamo sugli aspetti positivi. Se si comprime tutto, la luce, il tempo, l’accidenti vostro, e tutto torna in misticanza enorme, tipo un’insalatiera senza fondo di tempo spazio forma di parola, bé, figurarsi dall’altra parte: si incontra di tutto!

Mi piacerebbe sovvertire il tempo e vivere parallelamente ogni stagione. Ogni epoca adesso: un’immane sovversiva condizione di tutti e di nessuno, dove alla fine, soddisferei i miei desideri asciutti, rimandati da sempre. Parlare con Omero, ad esempio e magari riscrivere insieme qualche canto, ambientato in Iraq. O tagliare i capelli a Dalila, in una danza a raso della vita. E, soprattutto, finalmente averla! Ah, scoraggiante femmina! Adoro il tuo perverso sentimento, l’ambiguità, l’ambivalenza, la tua vita sottile come il mondo!

Averla… Quindi vada in malora l’inarrestabile sovversiva sorte. Caoticamente: teatro.


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