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Percorsi paralleli (ovvero, difficile stabilire cos’è un’ora)

Bevo spesso. Ultimamente il mio corpo ha bisogno di acqua. Credo sia indice di una qualche malattia, ma non è un problema: basta andare in cucina.
La cucina è una stanza. Una. Questo semplifica le cose. Non così per il resto.
Una certa pigrizia mentale, sempre più frequente ultimamente, mi assorbe e mi diventa difficile andare avanti. Tuttavia, non è ancora il momento. Anche questo è indice del problema generale: moto e stasi, inerzia e attività. Tutto procede doppio. Dove mi pongo io? O dove vengo posto? Anche questo è doppio.
C’è più di un doppio: i doppi sono molti, come se la duplicità si replicasse. All’infinito. In realtà esiste un limite, ma nessuno può dirlo.

Il tempo è un susseguirsi di attimi talmente ravvicinati da risultare vuoto. Il tempo è un vuoto pieno di passato. Anche il futuro. Scrivere ferma il tempo, ma il tempo riassorbirà la mia scrittura: quando scompare.
Scrivo, per sapere che passo.
Spesso mi sento osservato. Quando mi guardo allo specchio non sono sicuro. Chi, dunque, osserva?

L’osservazione è un fatto di riflesso. Tale riflesso ha duplice natura. Ed effetto. All’esterno, esso distorce e ignora. Dentro, è l’unica possibilità di percepire tutto quello che viene percepito. Tuttavia, questa percezione conoscitiva viene rivestita da effetti: tutti gli effetti indotti da miriadi di percezioni precedenti. Quale allora la risposta esatta al percepito?
Inoltre, essa cambia nel tempo: difficile resti uguale nel susseguirsi dei giorni e delle sere. Di notte è ancora più diverso. Da ciò deriva l’influenza del tempo: al suo passaggio, non conosco mai nello stesso modo. Ma se il tempo è un passaggio che risulta vuoto, anche la conoscenza. Dunque, non saprò mai chi sono. E il mondo. A meno di rinunciare a un’illusione estrema di certezza.

Inserisco liquidi. Come dicevo, ultimamente sto bevendo molto. Si tratta, credo, di un estremo tentativo di rinnovarsi, dato che il mio corpo è in massima parte fatto d’acqua. Ma quale acqua? L’acqua è un elemento fluido: scorre. Tuttavia, essa risulta eterna. Sembra che, nelle profondità del pianeta, risieda acqua risalente a milioni di anni fa. E negli iceberg. Il ghiaccio, infatti, è una raccolta di informazioni. Da esso si possono ricostruire mondi scomparsi: le piante, i semi la composizione dell’atmosfera, interi ambienti. Anche l’acqua, tuttavia, si scioglie e il ghiaccio sta evaporando: la nostra storia.
L’acqua ritorna al mare e, coi cicli del calore, evaporando, al cielo. Quindi di nuovo qui, sotto forma di pioggia. E fiumi, laghi, mari, rubinetti. Tutto svapora e torna. Io sono un breve eterno svaporare.

A volte il tempo rimane imprigionato. Vestigia, intendo. Non tutto evapora e scompare. Esistono rocce risalenti alla formazione del pianeta. E i vulcani. Su scala più ridotta, templi, città, ricordi.
Io sono indiscutibilmente una vestigia, una di quelle pievi-costruzioni-romaniche-assemblate dalla scomparsa di tutto ciò che è andato.
Dunque un tempo: un’immensa impalcatura sulle spalle. Chi, però, mi ricorda?
Guarda la musica. Essa è un susseguirsi d’attimi, presenti e lontani nel tempo. E non la puoi vedere, toccare, annusare. La puoi soltanto amare. Chi mi ama?
Per ora permango nella fallibilità contraddittoria della contraddizione in cui mi percepisco. Per ora. (Difficile stabilire cos’è un’ora).

Tratto da “Euridice non abita più qui” invia di pubblicazione, forse.


J. Ashbery: Pirografia

Il vago sospetto è che sarà sempre così,
l’apparenza, il modo in cui le cose all’inizio si terrorizzavano
nella luce della notte e poi si rivelarono essere,
seppure ancora capaci, nondimeno, di un’angusta fedeltà
che tu e loro volevate diventare:
niente sospiri come musica russa, solo un immenso sdinapanarsi
fuori verso i punti di confluenza e la tenebra oltre
questi prati spogli, costruiti a spese dell’oggi.

Pirografia, da “I giorni della casa galleggiante”


M. Strand: Lungo party triste

da “The Late Hour”

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.


dove poggiano le ore

dove correvano le volpi
mi sembrava un’allergia traversata da un fiume
il vento nelle canne
che cambiavano forme
tanto che non sapevo dove fosse
il luogo dove poggiano le ore
e il seno tra le spighe quando è aurora
come avessi le mani
che stavano all’azzurro come il senso
del tuo abito lungo
e i rumori, passanti, i tuoi momenti rapidi
mentre la bocca sussurrava il mondo
e il suo fluire inutile
ma
se il pianeta suonasse
ne sarei attratto come una farfalla
da una luce notturna
in questo immenso vuoto


le frasi che non hanno più una casa

Hopper, approaching-a-city 1946

Ora quel tuo profumo non è chiaro
quando s’alzava il vento
ma non è di questo che volevo parlarti.
Neppure il tuo profilo
e davvero non si riusciva a intravedere
un’altra linea da lasciare in giro
quando l’estate insiste ed ogni notte
ti propone diversa
impedendomi di raccogliere in un vaso
il rumore dei pini
le frasi che non hanno più una casa
e dio che dorme.
Tuttavia mi sembrava un vecchio istante
vecchio come la terra che contiene
gli istanti tutti
e i pensieri
di frattempo in frattempo.


la parte

Io non sono la vita, ma una parte;
del tempo faccio solamente parte,
ma non sono la morte: una parte.
Non sono neppure l’universo ma una parte.
Partecipo di un’esistenza e un vuoto
solo in parte,
ma non sono neppure una misura.
Sono soltanto un limite: una parte.


le cose che vanno nella sera

Dalì

In modo imprecisabile
mi verrai a trovare di nascosto
tu
modo notturno
come mi aspetto quando
non ho sonorità
e dirai frasi prive di alcun senso
nel momento in cui chiudo le persiane
toccandomi le spalle e la camicia
tu
più bianca della mia disattenzione
ai nidi vuoti dove gli aquiloni
ritornano la sera.


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