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il pianeta

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Arrivava da lontano
come una cosa piccola
di strada
ripetitiva come le giornate
una finestra su una cantilena
una tristezza antica
mia madre che cantava
tu
dove ancora non c’eri
e un pappagallo dava la fortuna
come l’ignoto di un’intera vita.


Iosif Brodskij

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«Cos’è questa? Tristezza? Chissà, forse.
Un motivo che conosci a memoria.
Che sempre si ripete. E sia.
Che continui così.
E risuoni anche nell’ora estrema,
come la gratitudine degli occhi
e delle labbra per ciò che qualche volta
ci costringe a guardare lontano».


la luna

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(jamie heiden)

ci scriviamo di rado
quando la tentazione si fa forte
a riempimento del sentirci soli
noi non abbiamo un prato
dove radici cercano radici
e io non sono un ape né tu un fiore
ci scambiamo parole
per un sollievo breve
che a sera rileggiamo
ci scambiamo
quello che poi non siamo
che dirlo sarebbe troppo evanescente
io non ti vedo ma ti penso bianca
tu somigli alla luna
e una nuvola passa.

 


Fermarsi ad Eboli

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(paul klee)

 

Non mi sono fermato ad Eboli
pur essendo un uomo triste
perché non è possibile fermare
questo vuoto di fondo
dato che essendo un vuoto non esiste
e non posso af-fermare
questa tristezza che mi costituisce
e mi spande dovunque nella terra
che non esiste
quando mi cade il mondo dalle mani
triste.


sconforto

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(Kline)

 

E mi siedo al’interno di perché

che non hanno risposta.

E cado.


bachmann: nulla verrà più

a

“almanacchi millenari lo prevedono

ed io che sto nei libri

mi nascondo”  (ma questo sono io)…

 

Non vi sarà più primavera.

Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate e altre cose
che recano il bell’attributo « estivo » —
nulla verrà più.

Non devi assolutamente piangere,
dice una musica.

Nessun
altro
dice
qualcosa.


come una donna sola

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(hopper)

Riprendo con la stesura modificata di un mio testo del 2014

 

A Luciana

Ti sarei grato se tu volessi dirmi
questa tristezza
come una donna sola
se l’incrinato viola s’addolcisse
d’ombra e distanza
o almeno
diluisse
un’assenza costante.
Ancora ti sarei se tu non fossi
altro da me diversa e unificati
mi convergessi l’anima d’altrove
dove tutto si sfoglia
ed io presunto
spargo cose d’intenso senza dire
che dire fa fatica ed il silenzio
sfugge
questo orlo di mondo
dove afferro tu triste
triste tu
la mia tristezza.


con gli uccelli la sera

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(monet)

non abbiamo occasione di partire
verso un altro paese
meno piovoso di quello in cui viviamo
né dita per raggiungere distanze
dove la temporalità segua criteri
diversi dal normale accampamento
in un mondo affollato.
Non abbiamo notizie sufficienti
per scrivere un trattato
o per lo meno una trattativa
con l’essere mancante.
Non abbiamo parole
per scriverci di noi senza distanza
da questa malattia che sa di casa
dove stava mia madre
e la tua
si dannava di pena.
Non abbiamo più nulla, amore mio
per questo ci manchiamo: siamo senza
e il senza suona come uno spartito
sempre senza una nota
ma non per questo smetto di fischiare
con gli uccelli la sera
e la mia ombra
se poi guardi la luna


l’incomprensibile vacuità di certe cose

senza sosta di forma

ignoro

la momentaneità

e l’aria inquieta d’improvvisazione

dietro cui ti presenti

per un disagio espresso laterale

senza traverse

vicoli

passaggi

né compagnia di frasi

capaci di lenire una sostanza

priva di nome

senso

spiegazione

né colmare

questa distanza fonda

dalla quale scambiamo

il tuo dissenso e il mio

unico incontro dato

in una ostinazione non spendibile

come spesso la terra

e l’orbita in cui siedo

nei miei giri di sera

di un mondo grave dove si ripiega

l’incomprensibile vacuità di certe cose

l’ignoto

lo scontato

il tuo destino

troppo simile al mio

verso animale

come una tristezza

 


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