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Alle volte gabbiani

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A prima vista sembravano puntini
come quando le luci
non sanno esattamente illuminare.
D’altronde
con le stelle non è diverso.
In seguito avanzando
si poteva pensare a un po’ di neve
ma la stagione esclude
e senza vento
tutto cade a strapiombo.
Forse barlumi dentro le pupille
o riverberi
che il mare ci concede
ma il mondo dovrebbe essere a rovescio.
E mi spruzzava l’acqua come aria:
forse ali
se la stanza volasse.
Ah, cuore mio,
tutto si sperde intorno
e i lucernai stanno nelle soffitte
quando cade la notte.


Andromeda domani (pubblicato in “Antologia Fermenti n. 10, Roma, 2015)

klee

A tutto ciò che sfugge

Vagare altrove, come sempre la vita.

Dunque la notte: stelle.

E tuttavia altre forme.

Come una donna d’acqua: naufragare. E l’impalpabile sapore della sete.

Acqua di acqua dentro forme d’acqua come di mare estremo fonte azzurra inesplicabile sosta del mio dire. Stare, tra molte braccia ancora.

E le forme salmastre.

Calipso: vento di terra alta a fronte mare inafferrabile selvaggio sovrastare lungo i tuoi fianchi afosi gola infranta lancio il mio ciglio al tuo spasmo d’avere.

Quindi la fonte (morbida) lato di madre oscura. E gli incantesimi a travisare il mondo.

I suoi seni perfetti: abbacinare. Mentre raggio di luna spande sogni al margine di fosse non colmate (sempre qualcuno al passo) di una soglia finita.

Altrove, la regina feacia s’allargava forma di corpo estatico. La figlia? Un’immatura con evidenti tratti d’altruismo (traduzione: pericolosa forma idealizzante, soprattutto se il padre è insufficiente). M’hanno dato una nave per disperazione.

A Marrakesch c’erano troppo lune. Inoltre, di diseguali variabili colori. Io m’avvinghiavo all’aria roteando la corda ancora tesa come una variabile incostante. Quella guizzava, sbattendomi ogni dove, ma io niente: testardamente appeso. Molti applausi intorno.

Quindi a cena, nei vicoletti spenti del mercato: tracannare. Spiedini anche.

Qui si potrebbe inventare una canzone. O una storia non spesa. Malinconico alquanto, pizzicavo le mie corde slegate da una chitarra viola (l’avevo chiesta al cameriere poco prima).

Dunque inventare storie, al suono bandolero di un addio.

Qualche miglio più in là. Parigi, tra languori e tosse a colazione. Suonavo il pianoforte dispensando tossiche variazioni della notte a signorine apatiche, colme di lontananza. M’accostavo. Loro cadenti pallide pendevano dai suoni del mio male. Ma altrove, su uno spartito asburgico: una fine scontata.

Molti anni più tardi: dissonanze.

L’altra sera Monica soccombeva a desideri fossili incarniti (sarebbe a dire: io). Putrido evanescente la abbrancavo per ogni possibile location. Lei mugolava gatta.

Quindi la tosse interrompeva l’incontro (non previsto) allucinale. Mi sono ammalato? Ah povera ragazza… lei neppure era presente! Cosa ne può sapere!

La rammento ventosa. Cioè, quando girava bene era senz’altro veleggiabile. Quando il contrario, meglio sorvolare.

Nel teatro improvviso: conturbante. Con lo Stato Maggiore in visibilio e file al camerino.

Lei, misurata al massimo, virginale, castigata – ah, tutte cose che non è certamente. E la maschera d’avorio sopra il calice del bavero. (A. Schmidt, Alessandro o della verità).

Qualche volta i ricordi.

Io seminavo fiori nel deserto, con Alessandro a sterminare il mondo, mentre Aristotele avvelenava acque per fermarci sul ciglio. *(Secondo alcune fonti, fu lui a inviare l’acqua avvelenata che lo uccise. In realtà, morto di malaria).

Sapeva vivere il dispensatore (d’ultime tracce). Sul carro; e canti forsennati delle donne. Io ero otre, colma di vino folle e ciarle dispensate dalla luna quando s’innalza e cade nei miei occhi finiti. Ero sabbia e penuria, vento a volte, a confondere l’aria della sera. Senza meta distinta. Roteavamo allora l’ingordigia, ebbri, con Dioniso al fianco, mentre le Erinni invano lanciavano anatemi di sera. Scorticate due o tre, così per noia.

Ero forma di niente per godere dell’infinito estatico apparire: voglie, ogni passo a cavallo. Mi facevo peluria per spiare come godono i pazzi; e strofinacci arcaici assiepati sopra letti congiunti. E il macello, ogni sole che sorge.

Non l’ho più visto se non dentro i miei sogni, pazzo come una forma arcana di pazzia.

Parigi ancora (se l’assaggi ritorni). Travestito da nano e sotterfugi estremi per godere quello che il corpo nega.

Come forme di cosce: disegnare (vendevo mica male: cartelloni). Ma accontentarsi è dura e la matita logora la mano quando non resta altro.

Tra fisarmoniche bistrò vicoli chiusi: la mia malinconia. Nostalgica, come un mantello appeso ad asciugare. Quando riesco cado nel tombino: una forma di sera.

Musica nella testa: sobbalzare. E quelle vesti in aria sfoggio antico: io dipanavo materie da spalmare sul mio cervello ateo.

Eolo senza scampo vento indietro, non arrivo mai oggi.

Isole senza fondo isole ancora; divaganti le luci sulla luna, stelle come fermaglio d’universo.

E la sposa diffusa: noia a volte. Come un eterno telo da disfare. Tuttavia, lamento nella testa anima al collo, braccio ingessato gamba malandata, infranto il cuore = tornare tornare tornare.

Ma divagare divagare ancora. . s

Io disegnavo lenti d’astrazione ad afferrare stelle. Dissacranti le notti.

Ma Apollo non perdona questa fameSapere? Cose di dei lontani. Quanto a noi, annaspare tra cose.

E dunque mare annaspo sfondo mura, mente selvaggia intossicante fusa, affabilmente priva d’infinito. Chi arrampica l’altrove non ha scampo. Ma non è colpa mia.

Onda di onda navigavo brina. Schiuma a volte. E in quei casi oceano.

Senza vela di sera: ero acqua. E come tale instabile, ineludibile variabile acquazzone a primavera.

Nuvola anche. Friabile, destinata a sparire. Meglio cadere dove mi raddenso.

Al mercatino c’era uno Chagall che nessuno sapeva. Uno di quei fantasmi sulla scopa e stelle sulla scia di una cometa. Indaco blu cinabro bianco a volte giallo assiepato sfusa primavera. Andante come un Mozart adagiato.

L’ho comperato per quattro sigarette per regalarlo a una signora triste che vendeva residui di stagioni, la sera, quando la Senna è viola.

Mi ha ringraziato con un bacio vecchio, di quelli con la puzza (aglio cipolla vino di giornata). E tuttavia l’amavo: la sua tristezza spersa, come una scia di luna al cabaret.

Mi ricordava tutti i miei abbandoni. Andromeda domani: non ci sarò in autunno.


nostalgia 1

 

2525490744

appena vento
forse
nostalgia
senza di cosa
né ripensare
attesa
e tu che mi domandi scosta l’orlo
di questa sera lunga
che la dimenticanza sa di viole
e cade il ricordare


Le poche cose che so di lei (2)

e

Spremere la spremibile spremuta: d’aglio (la mia pressione alta). Intanto, cazzerellare intorno.

Verso città, dopo ripetuti tentativi di afferrare la porta delle stelle: dita a contagio. Inutile.

Ad esempio l’amore. (Sempre esemplificando) potremmo rovistare un “infinito alla portata dei cani” (Céline, Viaggio al termine della notte), ma ai più sembrerebbe disdicevole. O una poesia: la lasci lì, giusto il tempo dell’esecuzione, poi torni per ringraziare.

Cinguettare, anche (come spesso succede) ricorrendo a linguaggi non verbali, sempre affidati al caso e al primo imbecille di turno.

O ancora, radere le tonsille a un neonato (per vedere le gli cambia la pelle) e magari il linguaggio. O rasare tutti i maschi al di sotto dei vent’anni (se necessario, anche oltre) Generalmente lo è.

Oppure sostenere che “Jesus loves you more then you will know” (Simon e Garfunkel, Mrs: Robinson), ma cosa vuoi che conti se non ce ne accorgiamo?

O tacere, di fronte a un invisibile non nato. Meglio volgersi altrove.

Per esempio d’esempio: al Museo. Arte come cospetto d’infinito (di nuovo! sarà una fissazione?) Fatto sta, che girando e rigirando, t’imbatti in uno che se ne intende, un critico di quelli fini (con tanto di biglietto da visita) ed intavoli conversazioni accanite sullo stato del non si sa cosa o giù di lì.

“In effetti, è una vera e propria iattura che i nostri scultori e pittori (speculando con raffinato calcolo sulle basse voglie del pubblico) si limitino ormai esclusivamente a raffazzonare e impiastrare alla meno peggio donne nude. Dopo di che conferiscono ai loro prodotti titoli come “Meriggio” (se è riuscita particolarmente adiposa e sonnolenta) o “Malinconia”, oppure ti fanno una “Donna in ginocchio” o una “Donna che medita” quasi che tali attività non si potessero ormai più svolgere se non in uno stato di perfetta nudità” (Arno Schmidt, Alessandro o della verità).

Comunque, non capisco perché. C’è qualcosa di male? Ah, le donne, le donne… (Si diceva, tanto per dire).

Usciti di lì, trascorrere: tempo e bottiglie. Quindi forato le ruote delle auto. E subito il LungoSenna ci sembrò più appartato.

Alle cere. Avete notato come certi manichini sembrino più reali del reale? Ah il concetto: una visione sempre soggettiva!

Per l’intanto, qualche madame di turno ricordava epoche passate, quando i manichini li trovati per strada (non diverso oggi). Sempre una questione artistica: dipende da chi modella le cere. Ad esempio, uno si costoro affermava: “Io potrei magari fabbricare figure che abbiano cuore, coscienza, passioni, sentimenti, moralità. Ma nessuno al mondo ne vuol sapere. Quello che vogliono, a questo mondo, sono soltanto le curiosità, i mostri. Ecco quello che vogliono, i mostri” (J. Roth, La milleduesima notte).

Poi si finisce sempre sul personale: domande, domandine, richieste. Curiosità, appunto.

Svicolare deciso (mentre la Senna sviscera ricordi e il me stesso diviso).

 

picasso[1]

le poche cose che so di lei

che poi non mi ricordo

come una nuvola adagiata

che ci sono caduto dentro

ma non mi ricordo

e vento non ce n’era

si restava appoggiati

e la sera una mancanza enorme

che di sera le nuvole scompaiono

ma io ci stavo dentro

e scomparivo.


Festival blu

Monet ninfee

(C. Monet, Ninfee)

Vento mulina intorno. Macinare.

A proposito: non ammetto interferenze di sorta.

Intanto: notte bullona passi

(significa piedi incollati al suolo e lungo muro)

mentre si afferma:

sembro quello che sembro dunque sono.

Soprattutto quando le pozze riflettono frammenti:

chi c’è sotto i piedi nell’acqua?

E notte aspra scarica fusioni

di fulminante amena nudità.

Pertanto: collezionare ombrelli.

Anche balle volanti

generalmente d’ordine svariato

(dell’identità ho già detto: conta poco).

Beghe anche = fosca vita .

Dunque, come cantare serenate alle capinere

quando l’ora declina?

E tracannare astri

per piacere di niente e vacuità.

Notte diffonde viola e vento allevia

preponderante stolta assiduità.

Tensione astrale del corpo verso l’alto:

scegliere mete dove non c’è troppo

(cadere cadere cadere…)

Risollevarsi ora

verso spazi lontani

dove sistemi tessono preghiere

nel flusso piombo fuso del presente

ed il passato che torna per svanire.

Del futuro non parlo: non esiste.

Restare a galla, allora.

Idea idrogena

come anatra libera da stagno.

Peccato la gamba rotta

e l’ala gravemente frantumata.

Cielo scosso stasera.


lettera dal collasso

(Brancusi)

(Brancusi)

 

Da vagabondo appiglio
ti scrivo
lettere collassate
su carta di giornale e poco altro
di cui da qui dispongo.
Tu capirai
la condizione d’instabilità
da cui m’affaccio
radi spiragli intorno
per dichiarare la mia nostalgia
di tempi indisponibili
che tu conosci
senza fare mistero
del giudizio nefasto che ne esprimi
cui mi sforzo di accedere
dal girone segreto in cui risiedo
(non chiedere: non rivelerò)
nel sottosuolo apatico
sottolivello d’acqua
(ed altro)
indefinitamente non risolto
come di spazio esterno
(aromatiche erbe di pianura?)
dove a volte sospetto
d’essere deragliato
tra circonvoluzioni delle stelle
e tuttavia d’acquatico regime disinvolto
vista la folla allegra di variopinti (pesci, no…!?)
cui mi rivolgo ad ore non mai riconosciute
per interposizione di sirene
(o luna all’incontrario
con ombre e valli e crateri sconnessi
facili attribuzioni d’altro luogo
senza sapere dove).
Pertanto, tu che conosci molto
per sovrapposti studi denudati
ricevi questa mia sconsiderata
per occasioni d’algebra
che leggerò intristito
ma ben sapendo che d’altro non sappiamo.
Senza chiedere ancora, né tedio d’occasione
ti saluto maestro
dall’infamia della mia
(tua, sospetto nostra) dissoluzione
con ampie scuse per disturbo dato
e sospetto arrecato
(di pazzia, di pazzia… mi sembra chiaro!)
Certo che ignorerai,
tuo infedelmente Vago.


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