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Alle volte gabbiani

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A prima vista sembravano puntini
come quando le luci
non sanno esattamente illuminare.
D’altronde
con le stelle non è diverso.
In seguito avanzando
si poteva pensare a un po’ di neve
ma la stagione esclude
e senza vento
tutto cade a strapiombo.
Forse barlumi dentro le pupille
o riverberi
che il mare ci concede
ma il mondo dovrebbe essere a rovescio.
E mi spruzzava l’acqua come aria:
forse ali
se la stanza volasse.
Ah, cuore mio,
tutto si sperde intorno
e i lucernai stanno nelle soffitte
quando cade la notte.


nostalgia 1

 

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appena vento
forse
nostalgia
senza di cosa
né ripensare
attesa
e tu che mi domandi scosta l’orlo
di questa sera lunga
che la dimenticanza sa di viole
e cade il ricordare


Le poche cose che (non) so di me

Spremere la spremibile spremuta: d’aglio (la mia pressione alta). Intanto, cazzerellare intorno.

Verso città, dopo ripetuti tentativi di afferrare la porta delle stelle: dita a contagio. Inutile.

Ad esempio l’amore. (Sempre esemplificando) potremmo rovistare un “infinito alla portata dei cani” (Céline, Viaggio al termine della notte), ma ai più sembrerebbe disdicevole. O una poesia: la lasci lì, giusto il tempo dell’esecuzione, poi torni per ringraziare.

Cinguettare, anche (come spesso succede) ricorrendo a linguaggi non verbali, sempre affidati al caso e al primo incosciente di turno.

O ancora, radere le tonsille a un neonato (per vedere se gli cambia la pelle) e magari il linguaggio. O rasare tutti i maschi al di sotto dei vent’anni (se necessario, anche oltre) Generalmente lo è.

Oppure sostenere che “Jesus loves you more then you will know” (Simon e Garfunkel, Mrs: Robinson), ma cosa vuoi che conti se non ce ne accorgiamo?

O tacere, di fronte a un invisibile non nato.

Per esempio d’esempio: al Museo. Arte come cospetto d’infinito (di nuovo! sarà una fissazione?) Fatto sta, che girando e rigirando, t’imbatti in uno che se ne intende, un critico di quelli fini (con tanto di biglietto da visita) ed intavoli conversazioni accanite sullo stato del non si sa cosa o giù di lì.

“In effetti, è una vera e propria iattura che i nostri scultori e pittori (speculando con raffinato calcolo sulle basse voglie del pubblico) si limitino ormai esclusivamente a raffazzonare e impiastrare alla meno peggio donne nude. Dopo di che conferiscono ai loro prodotti titoli come “Meriggio” (se è riuscita particolarmente adiposa e sonnolenta) o “Malinconia”, oppure ti fanno una “Donna in ginocchio” o una “Donna che medita” quasi che tali attività non si potessero ormai più svolgere se non in uno stato di perfetta nudità” (Arno Schmidt, Alessandro o della verità).

Comunque, non capisco perché. C’è qualcosa di male? Ah, le donne, le donne… (si diceva, tanto per dire).

Usciti di lì, trascorrere: tempo e bottiglie. Quindi forato le ruote delle auto. E subito il LungoSenna ci sembrò più appartato.

Alle cere. Avete notato come certi manichini sembrino più reali del reale? Ah il circoscritto semplifica sempre!

Per l’intanto, qualche madame di turno ricordava epoche passate, quando i manichini li trovati per strada (non diverso oggi). Sempre una questione artistica: dipende da chi modella le cere. Ad esempio, uno si costoro affermava: “Io potrei magari fabbricare figure che abbiano cuore, coscienza, passioni, sentimenti, moralità. Ma nessuno al mondo ne vuol sapere. Quello che vogliono, a questo mondo, sono soltanto le curiosità, i mostri. Ecco quello che vogliono, i mostri” (J. Roth, La milleduesima notte).

Poi si finisce sempre sul personale: domande, domandine, richieste. Curiosità, appunto.

…. Bé non qui, per favore (svicolare deciso). Non qui.

 

 


Festival blu

Monet ninfee

(C. Monet, Ninfee)

Vento mulina intorno. Macinare.

A proposito: non ammetto interferenze di sorta.

Intanto: notte bullona passi

(significa piedi incollati al suolo e lungo muro)

mentre si afferma:

sembro quello che sembro dunque sono.

Soprattutto quando le pozze riflettono frammenti:

chi c’è sotto i piedi nell’acqua?

E notte aspra scarica fusioni

di fulminante amena nudità.

Pertanto: collezionare ombrelli.

Anche balle volanti

generalmente d’ordine svariato

(dell’identità ho già detto: conta poco).

Beghe anche = fosca vita .

Dunque, come cantare serenate alle capinere

quando l’ora declina?

E tracannare astri

per piacere di niente e vacuità.

Notte diffonde viola e vento allevia

preponderante stolta assiduità.

Tensione astrale del corpo verso l’alto:

scegliere mete dove non c’è troppo

(cadere cadere cadere…)

Risollevarsi ora

verso spazi lontani

dove sistemi tessono preghiere

nel flusso piombo fuso del presente

ed il passato che torna per svanire.

Del futuro non parlo: non esiste.

Restare a galla, allora.

Idea idrogena

come anatra libera da stagno.

Peccato la gamba rotta

e l’ala gravemente frantumata.

Cielo scosso stasera.


lettera dal collasso

(Brancusi)

(Brancusi)

 

Da vagabondo appiglio
ti scrivo
su carta di giornale e poco altro
di cui da qui dispongo.
Tu capirai
la condizione d’instabilità
da cui m’affaccio
per dichiarare la mia nostalgia
di tempi indisponibili
senza fare mistero
del giudizio nefasto che ne esprimi
cui mi sforzo di accedere
dal girone segreto in cui risiedo
(non chiedere: non rivelerò)
nel sottosuolo apatico
sottolivello d’acqua
(ed altro)
indefinitamente non risolto
come di spazio esterno
(aromatiche erbe di pianura?)
dove a volte sospetto
d’essere deragliato.
Pertanto, tu che conosci molto
per sovrapposti studi
ricevi questa mia sconsiderata
senza chiedere ancora, né tedio d’occasione
ti saluto maestro
per sospetto arrecato
(di pazzia, di pazzia… mi sembra chiaro!)
Certo che ignorerai,
tuo infedelmente
Vago.


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