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Viaggio senza Berlino

 
Richiami (sempre la solita storia) – mi hai chiamato? –
No, volevo sapere d’altro.
C’era stata la guerra,
pochi anni – dicevo – divergenti.
Sai, come oggi, solo i morti erano diversi
ma non ho visto la tomba di un angelo.


io non ti dico niente (revisited)

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Io non ti dico niente
tu continua
a spingere la strada verso est
e i richiami
le rondini
le pianure dell’Asia
i laghi
quando la notte è umida e i passaggi
si indovinano ad eco
io non dico
di avvilupparti ai miei diversi intenti
e fermare la morte
se solo si vestisse da fanciulla
ed offrisse un amplesso
che nessuno potrebbe ricordare
né della vita fare questa stanza
che cade qualche forma con il giorno
e a volte
mi viene un sonno senza somiglianza
che mi copre.


Itaca, può darsi

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Ora potrebbe succedere

Che poi se piove non si bagna l’erba

E questo vento non sia nato a est

Né a sud

O qualsiasi altro punto non determinato

E che io non sia stato spazzato da una folata

Come potrebbe darsi

Che questa nostra notte non sia un sogno

Ma una quiete sommessa

Di quelle che non posso immaginare

E dunque come potrei rassicurarti

se non sono mai stato a Itaca

E non ho avuto una vela

Una viola

Una via

E questo corpo non è stato carne

Ma carta

E ancora prima voce

Da cantare nei simposi

O nei deserti

Presso fuochi precari

E si venga a scoprire che la storia

È stata un incidente involontario

Il tempo un cruciverba

Il fascismo un movimento letterario

E la notte una marca di pigiami

E magari non si scopra nulla

E si continui a pensare il non pensato

Che se fosse così

Davvero non saprei che cosa dirti.


Sipario

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(immagine di jamie heiden)

Il sapore di mia madre era farina. Bianca, come le mani, il tavolo, la luce, la mattina che invadeva la casa. E il volto.

Rossa, a volte. Quando il sangue riempiva la tinozza e la gallina rinunciava alla vita dibattendosi tra le dita forti con cui mia madre le serrava il corpo. Era fatta di bianco; a volte rossa. Gialla, come le spighe che il vento seduceva nel suo volo.

Nera di sera. Con la vita che vaga e la campana suona. Fino a qui, la casa per dormire. Perché dorme la vita quando è sera, e la sua voce è sogno.

Ne faceva diversi mia madre. Li raccontava quando l’alba scuote e il sole invade con il rosa i campi. Erano sogni di donna, di madre a volte. Sogni.

La ascoltavo intento. Era una voce che raccontava storie senza inizio né fine perché il sonno cancellava le parole. Al risveglio raccontavo i miei. Fatti di colori, suoni, sillabe sillabate dalle voci che la vita sussurra quando dorme. Allusioni che appartengono alla sera.

La volevo per me: la vita coi colori. Li raggrumavo sopra un legno duro, tra schizzi d’olio, di terra, di pennello. La ricopiavo; poi la reinventavo. L’amavo al punto da volerla mia.

Mia madre mi lavava, la sera nella tinozza fredda, per togliermi vernici accumulate. La notte la sognavo: colorata. Una madre colore.

Poi non l’ho vista più. Se l’è presa la terra. Senza rancore l’ho sostituita. Terra, come manto di madre: per raccontare ancora.

Non so perché ricordo. C’era un maestro nella città grande dove il pennello componeva il mondo. Per farlo, scomponeva. Mai nello stesso modo: il mondo ha molte facce, mi diceva. Poi scomparve. Cominciò così.

(Tratto da 3 d’union, Fermenti editrice, 2013)


siamo andati un’estate

Charles Henry Gifford (1839-1904) Battersea Bridge, London

siamo andati un’estate
verso vento
almeno questo sembro ricordare
ma non ricordo dove siamo stati
tranne che ci sembrava di partire
e in qualche modo
credo
di arrivare
quando i viaggi finiscono.


le voci viaggianti

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dicono fosse sbagliato l’antefatto

quando sei scesa verso il mio cancello

senza prima sfogliare altri carteggi

o scrivere di te sui muri a secco

dove a volte le viole

o le cicale nel fraseggio estivo

che non concede tregua all’orizzonte

e comunque segnare il tuo ritorno

in questa mia precaria divergenza

dove si perde la destinazione

e punti cardinali senza sponda

vecchie foglie d’autunno senza viali

e i piedi fanno onde come il mare

ma non sapevi ancora la stagione

dunque come potevi

tra le voci viaggianti

sussurrare la sera ed ascoltare

se sussurrassi io

senza tenere conto del silenzio

che raduna le stelle.


elogio dell’inverso

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Si viaggiava come per confusione: perplessamente notte.

Mulinelli tracciavano speranze d’inerpicare passi. Forse d’aria. S’alternavano intorno circonflesse: schiere atonali con facce come stelle. A tratti: paradossale luna. Orizzontarsi? Una questione breve.

C’è poco da sostenere. Le misurazioni risentono dell’imperfezione d’ogni intelletto umano. Tuttavia: solo cinquecento miglia di errore. Comunque, pur nella validità precaria del sapere, i nostri calcoli non sanno definire. Se infatti la terra è una circonferenza misurata, quale il limite del vuoto che circonda?

Ah cuore mio… (mentre notte sostiene dissolvenze) dove trovare un luogo circoscritto? E posare: questa forma che passa.

Per intanto un cestino: una merenda breve. Uova sode, pere, olive, qualche pomodoro. Andarci piano: non credo avere scorte sufficienti per lo zero che circonda e non consente previsioni di sorta.

Anche se fosse: quale importanza può avere un pasto consacrato di fronte all’inservibile dell’universo? Se infatti mi nutrissi di materia diversa dalla polvere di stelle, l’universo potrebbe avere una funzione. Metti, ad esempio, conoscitiva di quello che circonda. E si vede. Incombe. Affascina. Trastulla. Insomma, sconvolgimenti vari, magari persino di tipo spirituale (a parte ogni ovvia ricerca di quel che chiamiamo dio, che da qualche parte dovrebbe pur essere. Se fosse). Ma così, nell’utile olivastro del mangiare, tutto si riduce a parsimonia.

Ottica per ottica (nell’infinita varietà dell’otticare – una per ogni uomo sulla terra) capisco perfettamente la posizione delle così dette fanciulle del digiuno. Rispettabilissima. Forse perfino appetibile, Infatti, nella loro rigorosa astensione potrebbe nascondersi una ricerca fluttuante atonica, di quelle che poi scopri l’inespresso. Tanto per intendersi, sarebbe a dire che l’universo non è solo mangiare, ma se lo mangi non te ne accorgi mai.

Ah cuore mio… dove trovare un luogo circonflesso, di quelli che ti tornano tra le mani e il tempo non scompare? Questa potrebbe essere una ricerca efficacissima: anoressia come trasformazione spazio-temporale = da rivedere tutta la relatività generale. Fisica per fisica, se l’universo è fatto dello stesso materiale del nostro corporeo corpo, tutto si riduce a un fatto “fisico” e trovarne la forma di astensione potrebbe persino aprire all’immortalità.

Ah, povere ragazze… quanta verità nel loro rifiuto!

La storia della bellezza o del piacersi è colossale balla. Vi sembra magrolina la Venere di Milo? Atri tempi, altre donne! Nessuno si sognerebbe di dire che non era bellissima. Per non parlare di Poppea: l’avreste detta magra? e così via così via.

No, la colazione non c’entra. Ben altro, come dicevo. Questa storia del corpo non lo riguarda affatto. Noi rifiutanti ricerchiamo la sostanza originale, l’astro traverso che non traversa mai, la sintesi perfetta spazio-mente, l’elogio dell’inverso, la plus valenza dentro il segno meno, la riduzione all’ultimo essenziale. E il tempo: una questione di fatti.

Noi rifiutanti ricerchiamo. Una ricerca del non ricercare: espressamente nulla. Dunque, lasciamo aperto tutto l’invaso enorme del possibile. Noi rifiutanti = vasta (im)possibilità.

Ma tu mandami una delusione da scontare, che ci passo la sera.


viaggio

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Partiremo domani
carichi d’altro
e il tempo che ci segue da vicino
e ci precede
anima
lungo il crinale della tua salita
e il mio distante appoggio
agli usignoli
all’ombra
ai sotterfugi
in cui nascondo il mio dissimulare
questo tuo irrinunciabile
ed il costante flusso
che mi disegni e viaggio.


distanze: da un anno verso un altro

Charles Henry Gifford (1839-1904) Battersea Bridge, London
A me non è concesso rimanere
o distanziarmi
da questa inclinazione
e rami
da legarmi alla terra
ma quale diseguale disavanzo
foce di mare tesa ad altra riva
questo mio galleggiare involontario
spande
la sete
che le conchiglie hanno delle perle
quando la notte si riveste manto
se gira la libellula la luna
unica luce appena
vascolare
queste vene d’attesa
che rompere sarebbe una follia
quando i battelli scendono
dove la seraspesso perde l’ombra
e l’acqua non è mai nei suoi riflessi
vanno
isole al largo verso
e la deriva.


Viaggio a Roma

5 Novembre

Mi trovo qui da sette giorni e a poco a poco si va formando nel mio spirito l’idea generale della città. Andiamo continuamente da un luogo all’altro e io imparo così a conoscere la pianta della Roma antica e di quella moderna, osservo le rovine e gli edifici, visito questa e quella villa, mentre ai monumenti più grandiosi non mi accosto che poco alla volta. Apro semplicemente gli occhi e vado e vedo e vengo, perché solo a Roma è possibile prepararsi a comprendere Roma.
Confessiamo tuttavia che è un lavoro ingrato e triste questo voler dissotterrare Roma antica dalla moderna; eppure bisogna fare anche questo, se si vuol godere alla fine di un’incomparabile soddisfazione. Si trovano tracce di una magnificenza e d’una distruzione che oltrepassano emtrambe la nostra immaginazione. Quello che i barbari hanno lasciato in piedi, hanno devastato gli architetti della Roma moderna.
A considerare un’esistenza che risale a duemila anni e più, trasfigurata dalla vicenda dei tempi in modo così vario e talora così radicale, mentre è pur sempre quello stesso suolo, quegli stessi colli, spesso perfino le stesse colonne e le stesse mura, e perfino nella popolazione si vedono ancora le stimmate del carattere antico, si finisce col diventare contemporanei dei grandi disegni del destino; ed ecco perché in principio riesce difficile all’osservatore il discernere come Roma sia succeduta a Roma, e non soltanto la nuova sopra l’antica, ma le varie epoche dell’antica nella nuova, l’una sull’altra…

Eppure, tutta questa meravigliosa massa di cose agisce su di noi del tutto tranquillamente, via via che si visita Roma anche solo per accostarci frettolosamente ai monumenti più insigni. Altrove, bisogna cercare ciò che ha importanza: qui ne siamo oppressi e schiacciati…
E la sera si è stanchi e spossati per aver troppo visto e troppo ammirato.
(Goethe, “Viaggio a Roma”, ed. Intra Moenia, pp. 19-20)

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Ah Faustina
il tuo seno sporgente
mi sembra un impossibile da amare
che invade la città e il mio disagio
di te, di lei, del nostro naufragare
nella distanza priva di spessore
di un cielo colmo di malinconia.


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