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Altre notti

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Altre notti, mia cara,

altro disagio

ricorderai, io spero,

l’ombra del tuo fermaglio

gli aggiustamenti, l’ansia delle cosce

e l’altro mondo rovesciato in questo

ah quanto tempo, quante divisioni!

E gli scenari opachi

che a nessuno interessava intravedere

la luna al sottobosco o l’onda a terra

ma piuttosto le mani

altra visione

antica quanto il soffio del respiro

e il petto frantumato dagli istanti

ricorderai, io spero, i miei sussulti

e gli inganni per poterti trascinare

dove si perde la composizione

di questo assurdo per un altro assurdo

e ti chiedo

rimani.

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Da lontano una vita

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La vita poteva essere diversa, Maria:
un’altra vita.
Si poteva ad esempio vivere nelle Grottesche
e sottosuolo spingere
la luce alle finestre:
sormontare.
Si poteva variare: astri, destini, innominata fonte;
al fosso delle Madri scivolare
altri canali
e fango addolorato risalire
dove inventavo spiagge
di cui conto i granelli, invano sempre,
perché mi piace il vento.
Vento allora. E tra cavalli a dondolo svelare
le orecchie delle donne tra i capelli
e baci a lingua lunga verso il collo
nascondimenti antichi
vesti d’anima
sera.
Dunque sera. Dove sferrare mondi a dismisura,
che di questo ho già fatto colazione
e non respiro.
E se potessi allora respirare
dovrei dire a qualcuno di non farlo:
non costringermi solo a immaginare.
Avremmo scritto.
Tu l’hai capito, cara:
io la vita la scrivo.
Da lontano.


tra riflussi di costa

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Forse veniva da vissuti incerti

ma questa malcelata fioritura

mi sembrava distratta

come se ritirasse i suoi giardini

dall’ombra della sera

e l’onda

che sognava vicino

un oceano immenso che circonda

non aveva più voglia di partire

e stabile

prolungava il profumo di risacca

alla mia costa

dove il silenzio tentava di intuire

quello che oggi non è ieri e forse

riversando pensieri tra le viole

e i tuoi diversi accessi.

Quanto a me mi applicavo

con tutta l’incertezza del momento

ai riflussi costanti della vita.


poco prima di te (2)

Questa poesia è stata pubblicata quattro anni fa. Ogni tanto ripropongo qualcosa che mi è caro.

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Piegato lungo il bordo del tuo viso
rovescio
la sera immaginale
salgo
gocce di te
sorvolo
attimi chiusi nei tuoi lineamenti
d’alba
che torna da lontano
seguo
raggi velati ancora
e le pupille sfumano d’intenso
poco prima di te.


mark strand: il mio nome

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Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Da: L’uomo che cammina a un passo avanti al buio Poesie 1964-2006 di Mark Strand, Oscar Mondadori, 2011 traduzione di Damiano Abeni


A una signora

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(A.Modigliani)

 

Signora, le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno e il verde è nel ricordo, che nessuno ti guarda quando spargi le tue vesti distese: la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele, suoni, righe, fumi bassi che spandi, che l’incenso divora questa pelle e starnutisco. Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno, le braccia tese, l’arte sovrastante dei capelli rimossi dal mattino, che allaghi di torpore se li pongo a margine del viso e la tua schiuma ricade sopra i fianchi ed oltre l’alba, l’autunno, il tratto d’inespresso che ti scaglia dovunque: m’incammino.
Una foga di passi che non sanno: non è dato capire. Soltanto contemplarti se discosto l’algebra, la tensione, le finestre che affacciano apparenze; distanza, la risacca senza andare e mi cancella, mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre: non ti darò un mio nome.
Dovrei sostare attimi di nulla per coglierti vicino. C’era vento e parole ti rendevano diversa dal tuo viso, essenzialmente unico accecante, dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio. I lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a strusciare la lingua dove passi; raccogliere, nella bocca delusa, scintille d’ombra che si fanno voce, che non ho altro e scrivo il tuo mantello che ricopre la terra e la mia sera. Il declino del tempo mi avvicina a un eterno perduto. Tu mi travasi da distanze enormi: amarti senza averti il mio destino.


tra percezioni e vuoti

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(immagine di  Luciana  Riommi)

D’improvviso si diradò la coltre
e l’astro
nato come da nulla
irraggiò i propri attimi pulsanti
verso il luogo nascosto del silenzio
e l’altro verso del se stesso ignoto
porgendosi
per chiunque avesse voglia di raccoglierlo.
Chino sul desiderio, m’improvvisai di carta
per distrarre la luce mattutina sulla notte fuggente.
Così d’impatto sembra un fatto isolato;
in realtà, ogni notte.
Non c’era che un ricordo accavallato
a un fratello nascosto;
scegliere, però, dipende da improvvisazione.
O lampo.
Dunque t’imponevi.
Occhio allunato faceva il mio distante sopracciglio
cui la palpebra non dava alcun appoggio
e la visione
per lo meno un azzardo.
Quanto al resto, dipendeva da te
che ti azzurravi senza scomparire
con le tracce invernali dietro i passi
e cigni
come un volo di luna.
Ti percepivo come un’ora piccola
uno sciacquio
un battito d soglia
un viandante senza piedi sulle acque
e neppure le ali.
Ma non chiedermi dove vanno gli uccelli.


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