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pianta di cera

 

 

Oggi è venuta a vivere con me
una forma di vita
proveniente dal sud dell’equatore
spostato verso est
fine del mondo.
Dicono che si sciolga con il sole
e viva di stanchezza
ma i suoi fiori si vedono la notte
quando il deserto è solo
e non può fare altro che guardarsi.
Dicono si ricordi di morire
mentre vivono gli altri
e viva senza morte in una vita
che nessuno conosce
se non il vento quando spezza il mondo
in due metà senza circonferenza
che non mi vedo se non so fiorire
quando penso l’assenza
e tutto resta stretto in un arbusto
vivo dentro la morte
mentre circonda il mondo.


Mark Strand: Mattino, mezzogiorno e sera

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III

Queste sere di rosa e porpora che svaniscono, di caldo anomalo

che carezza la pelle fino a che non dormiamo e sconfiniamo in luoghi

che avevamo sempre sperato fossero fuori dalla nostra portata – gli abissi

dove nulla prospera, dove tutto ciò che accade pare

sia per sempre. Sudiamo, imploriamo ci si rimetta in libertà

in orario nel giorno che viene, e cadiamo nel panico al pensiero

di non arrivarvi mai ed essere costretti ad andare alla deriva dimenticati

su un mare di mezzanotte dove ogni mille anni si avvista una nave o un cigno,

o un nuotatore annegato la cui immaginazione è sopravvissuta al suo destino e nuota

per provare, a nessuno in particolare, quanto sia stata falsa la sua vita.

(tratta da “L’inizio di una sedia”, Donzelli, 1999)


scritture

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Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


Pavese: sei la terra e la morte

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Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi nell’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

(C. Pavese, 3 dicembre 1945)


vecchi fiori in soffitta

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S’aggirava

un tramonto scarlatto a sogni d’oro

vecchi fiori in soffitta

qualche rosa

che mi ha portato l’alba

inaspettata

perché la sera non sai mai se torna

e di giorno la sera.

Poi s’infittiva l’aria come pioggia

tra le persiane

un filtro inattuale

che sbrigano un mestiere d’apparenza

ombra penombra schermo protezione

ma filtravano gocce

e non potevo fare a meno di pensare:

vivranno ancora.


case d’aria

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Abito case sopra questa terra

di fango, di mattoni, di lussuria

abito vento

abito occasioni

che il tempo mi concede e poi cancella

abito case d’aria e sembra terra

abito terra

quando sono morto

e quando dormo

dormo

e ignoro dove.


notti nel sottosuolo

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Quindi scese le scale

come zoppo

poggiato alla ringhiera

un passo a volta

ricercando un appiglio in un pensiero

ma le nuvole erano lontane

e si volava alto.

Occhi alla terra, sogni le parole

credo cercasse il mondo.

Io risalivo muto;

probabilmente ne cercavo un altro.


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