Archivi tag: vita

Mark Strand: Mattino, mezzogiorno e sera

renoir 22

III

Queste sere di rosa e porpora che svaniscono, di caldo anomalo

che carezza la pelle fino a che non dormiamo e sconfiniamo in luoghi

che avevamo sempre sperato fossero fuori dalla nostra portata – gli abissi

dove nulla prospera, dove tutto ciò che accade pare

sia per sempre. Sudiamo, imploriamo ci si rimetta in libertà

in orario nel giorno che viene, e cadiamo nel panico al pensiero

di non arrivarvi mai ed essere costretti ad andare alla deriva dimenticati

su un mare di mezzanotte dove ogni mille anni si avvista una nave o un cigno,

o un nuotatore annegato la cui immaginazione è sopravvissuta al suo destino e nuota

per provare, a nessuno in particolare, quanto sia stata falsa la sua vita.

(tratta da “L’inizio di una sedia”, Donzelli, 1999)


scritture

jan_vermeer_001_signora_che_scrive_una_lettera_1665

Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


Pavese: sei la terra e la morte

jamie 4

Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi nell’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

(C. Pavese, 3 dicembre 1945)


vecchi fiori in soffitta

immagini-di-rose_NG1

S’aggirava

un tramonto scarlatto a sogni d’oro

vecchi fiori in soffitta

qualche rosa

che mi ha portato l’alba

inaspettata

perché la sera non sai mai se torna

e di giorno la sera.

Poi s’infittiva l’aria come pioggia

tra le persiane

un filtro inattuale

che sbrigano un mestiere d’apparenza

ombra penombra schermo protezione

ma filtravano gocce

e non potevo fare a meno di pensare:

vivranno ancora.


case d’aria

de pisis 3

Abito case sopra questa terra

di fango, di mattoni, di lussuria

abito vento

abito occasioni

che il tempo mi concede e poi cancella

abito case d’aria e sembra terra

abito terra

quando sono morto

e quando dormo

dormo

e ignoro dove.


notti nel sottosuolo

Gabriel-Pacheco2

Quindi scese le scale

come zoppo

poggiato alla ringhiera

un passo a volta

ricercando un appiglio in un pensiero

ma le nuvole erano lontane

e si volava alto.

Occhi alla terra, sogni le parole

credo cercasse il mondo.

Io risalivo muto;

probabilmente ne cercavo un altro.


sorsi di un ottobre romano

palazzi rossi copia-b (2).jpg

Quindi abbassavi le ciglia
(le palpebre seguivano quasi per moto proprio)
e io che incanalavo il tuo respiro
ne seguivo il passaggio
da una giornata all’altra
mentre le braccia restavano divise
quasi incapaci
di scandire il tempo
con movimenti poco ragionati.
Questo mi sembrava appropriato.
Forse sorsi
(di più non saprei dire)
di un ottobre romano
consentivano al senso di apparire
a tratti_luce tipo spazio_tempo
(sarebbe a dire terribilmente incerto).
Ti lavavo le mani;
mi seguivi
docile
con una certa rassegnazione nello sguardo
(i piedi non ne erano capaci:
camminavano e basta)
mentre lasciavo andare quel che posso
per trattenere il resto:
generalmete poco.
Poi si faceva sera:
un momento incedibile.


la cosa piccola

Edouard_Manet_-_Le_Chemin_de_fer_-_Google_Art_Project

Tu sei una cosa piccola

infinita

e come tutte le cose piccole del creato

sei un istante e un rimpianto

di un mio diverso dire

il mio disagio

di non sapere oltre la tua forma

che pure è solamente un’apparenza

che non posso raccogliere

perché sei troppo grande

quando io sono assenza

e mi cerchi le mani.


strettoie

clausen 3

Poi si guardava allo specchio

come per rassicurarsi

e a volte si toccava i seni

per sincerarsi che fossero ancora lì.

Forse non si sentiva affatto

ma non c’è un punto dove deviare

e si segue

fino in fondo

fino a quando si arriva.

E allora ho pensato:

ha traversato tutta la vita

solo per finire lì dentro.

Mio Dio com’è stretta.


Alexanderplatz

Berlin, Ruinen und zerstörte Autos

Ora, secondo me,

le cose non sono mai come appaiono;

anche se mi trovo a Berlino

non credo sia vero.

Né credo di affacciarmi

da una finestra di Alexanderplatz

e di non vederti in tutta quell’assenza

dato che ti vedo

assente.

E il panico in cui viaggi

che non esiste ma c’è

di cui sento la puzza di petrolio,

la nafta,

lo sfrigolio che lacera le strade

le urla

così come ti vedo non vedente

sgretolare i palazzi

farli nulla

e la gente che cerca le macerie

per vedere di recuperare qualche cosa

tra i resti delle proprie anime

ma non trova altro che te

e per quanto ti frughi

non riesce a rintracciare altro.

Poi

quando la notte stende

ti sento per le scale

sapendo perfettamente che non c’è nulla.

Questo mi fa rabbrividire anche di più.

 

foto tratta da Bundesarchive_Bild


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: