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diverse volte

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(immagine di jamie haien)

 

Ci siamo stati diverse volte
senza capire mai.
Perché ci siamo stati?
Eppure ci siamo passati ripetutamente
sud nord est
da ovest, anche, ripetutamente
e abbiamo piantato tende
dove la notte passa nella sabbia
e stelle come ore da contare.
Abbiamo contato diverse volte
le stelle il tempo l’angolo della sabbia
ma abbiamo sempre dimenticato
e oggi che vorremmo ritornare
qualcosa lo impedisce
senza farsi capire.

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scritture

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Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


Pavese: sei la terra e la morte

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Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi nell’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

(C. Pavese, 3 dicembre 1945)


vecchi fiori in soffitta

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S’aggirava

un tramonto scarlatto a sogni d’oro

vecchi fiori in soffitta

qualche rosa

che mi ha portato l’alba

inaspettata

perché la sera non sai mai se torna

e di giorno la sera.

Poi s’infittiva l’aria come pioggia

tra le persiane

un filtro inattuale

che sbrigano un mestiere d’apparenza

ombra penombra schermo protezione

ma filtravano gocce

e non potevo fare a meno di pensare:

vivranno ancora.


case d’aria

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Abito case sopra questa terra

di fango, di mattoni, di lussuria

abito vento

abito occasioni

che il tempo mi concede e poi cancella

abito case d’aria e sembra terra

abito terra

quando sono morto

e quando dormo

dormo

e ignoro dove.


notti nel sottosuolo

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Quindi scese le scale

come zoppo

poggiato alla ringhiera

un passo a volta

ricercando un appiglio in un pensiero

ma le nuvole erano lontane

e si volava alto.

Occhi alla terra, sogni le parole

credo cercasse il mondo.

Io risalivo muto;

probabilmente ne cercavo un altro.


sorsi di un ottobre romano

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Quindi abbassavi le ciglia
(le palpebre seguivano quasi per moto proprio)
e io che incanalavo il tuo respiro
ne seguivo il passaggio
da una giornata all’altra
mentre le braccia restavano divise
quasi incapaci
di scandire il tempo
con movimenti poco ragionati.
Questo mi sembrava appropriato.
Forse sorsi
(di più non saprei dire)
di un ottobre romano
consentivano al senso di apparire
a tratti_luce tipo spazio_tempo
(sarebbe a dire terribilmente incerto).
Ti lavavo le mani;
mi seguivi
docile
con una certa rassegnazione nello sguardo
(i piedi non ne erano capaci:
camminavano e basta)
mentre lasciavo andare quel che posso
per trattenere il resto:
generalmete poco.
Poi si faceva sera:
un momento incedibile.


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